Antonio Mocciola

Antonio Mocciola

Sta riscuotendo consensi il cortometraggio “Papà, uccidi il mostro!, di Antonio Mocciola interpretato e diretto da Fabio Vasco. 

Mocciola, non è nuovo a temi sociali, come nasce l’idea di ideare un video sulle morti causate dai veleni dell’Ilva di Taranto?

“L’idea è stata dell’attore e regista Fabio Vasco che desiderava raccontare la storia del piccolo Federico morto nel 2014 per un neuroblastoma. Mi ha chiesto di scriverne la sceneggiatura. Fabio è un attore capace di raccontare molto bene le emozioni, molto espressivo. Mi piaceva l’idea di costruire un piano-sequenza su di lui, che interpreta il padre del bambino, che comunica con lui da lontano, in ospedale. È un dialogo con un altro mondo, con l’assenza, che mette a nudo l’impotenza di un padre, denunciando la piaga dei veleni e dei morti a causa dell’Ilva. Si sposa con la mia sensibilità per il territorio. L’Ilva, che sembrava potesse dare ricchezza ad una città, la uccide in un abbraccio mortale. Portiamo all’interno le tragedie che avvengono fuori: il video si svolge in una casa vuota, dove un uomo parla con il figlio malato. Scopriamo quale impatto ha il dramma sociale anche su chi non lavora all’Ilva, o non vive nel quartiere Tamburi, dove tutti respirano la polvere rossa”.

Un segnale forte il recente Premio “Best drama” all’Under the Stars International Film Festival: segno che la sensibilità per il sociale resiste.

“Sì, una bella soddisfazione per tutto il gruppo che ha lavorato allo short film prodotto da Mag-Movimento artistico giovanile, un bellissimo Movimento internazionale, con il patrocinio di Apulia Film Commission e distribuito da Premiere Film. La prossima estate “Papà, uccidi il mostro!” sarà presentato al Giffoni Film Festival”.

La sua sensibilità la fa spaziare dalla scrittura e da opere teatrali che parlano di anarchici e fascismo, di omofobia, di Amatrice e dei luoghi dimenticati. L’Italia ha un deficit di memoria?

“Si, nel nostro Paese monta l’indignazione popolare per pochi giorni, poi tutto è dimenticato, anzi, rimosso. Amatrice vive ancora il dramma del dopo terremoto perché la gente, causa Covid, è costretta in casa e vive in abitazioni fatte di lamiera: è umiliante”.

La locandina del cortometraggio

La scorsa estate ha presentato, al NTFI, “L’Isola degli invertiti”, un testo forte, a proposito di rimozione collettiva.

“Il lavoro, molto attuale, è ambientato nel 1938, l’anno di promulgazione delle leggi razziali e dell’improvvisa caccia agli omosessuali. Gli “invertiti”, ritenuti pericolosi per la razza, venivano confinati alle Tremiti. Non stavano meglio le donne incoraggiate a fare figli, relegate al ruolo di “angeli del focolare”. Si parla pochissimo di questo dramma che ho voluto riportare alla luce. Quando questi uomini tornavano alla vita sociale si vergognavano del confino subito e non ne parlavano. Ho ricostruito la vita di alcuni di loro, per rendere l’evento sociale in dimensione privata. Lo spettacolo si è avvalso della regia di Marco Prato e degli attori Diego Sommaripa, Tommaso Arnaldi e Francesco Giannotti”.

Progetti in cantiere?

“Sto ultimando un mediometraggio che uscirà in primavera con due attori bravissimi: Lucianna De Falco e Giovanni Allocca: “La controra”, per la regia di Paolo Sideri. Narra una storia torbida tra due individui che convivono e pagano i conti con il proprio passato”.

Che cosa pensa del teatro, dell’arte fruita in streaming?

“Sono ostile al massimo, in questo modo la fruizione non è corretta. Io stesso, come spettatore, mi stanco. Cambia tutto con questo tipo di fruizione: l’impostazione della regia, il tipo di pubblico, l’impatto emotivo. Pensiamo all’operazione fatta dalla tv con le opere di De Filippo, viste di recente: si tratta di film teatrali, non più di teatro. È innaturale, ma presto anche questo sarà solo un ricordo.”

 

 

 

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