Arte come metafora

Arte come metafora

Nel libro “Non dipingerai i miei occhi” (Jouvence editore), Grazia Pulvirenti compie un’opera di disvelamento, restituisce alla storia collettiva una figura di artista affascinante come quella di Jeanne Hébuterne, con la facoltà propria della conoscenza e con l’ingegno di congiungere rapporti, similitudini, affreschi e segni indicatori, segno di libertà in cui il linguaggio dell’arte assume il significato della metafora. Nel rapporto tra una viva tonalità affettiva che si percepisce ad ogni pagina e una ricerca di articolazione del discorso di recupero della memoria, siamo catapultati in una immersione di bellezza e di multiformità che è non solo la necessità di percorrere i luoghi , ma anche il fatto di tenere insieme trascendenza e domanda metafisica.

La relazione che lega autrice e personaggio è solida , è senza dubbio una urgenza subita ed allora l’atto del manifestarsi è il ruolo centrale della storia, nella processualità del logos e nella corrispondenza empatica. Per tradurre emozioni, incontri sono presenti diversi livelli dove Parigi è ancoraggio naturale in un gioco di rimandi ad un tempo ed ad un senso spaziale.

Non dobbiamo mai dimenticare che non solo l’essere si rivela nel linguaggio, ma che il linguaggio stesso è rivelazione. La pittura diviene il doppio del teatro, del suo essere specchio, il dramma è la relazione tra ogni parola e l’azione. Grazia Pulvirenti è abituata a termini di traduzione ed adopera anche nella sua opera una mediazione dove la forma ed il metodo sono sviluppi di inclinazione individuale per scoprire il rapporto lacerante fra maestro ed allieva, in un sottile colloquio che cambia continuamente l’atmosfera.

Si apre una porta sulla libertà femminile e la propensione al confronto e la ricerca di una interessante differenza dei concetti soggettivo ed oggettivo. La libertà è esperienza di trovarsi davanti a nuove possibilità. La formazione appare di conseguenza come il processo che segue questa dialettica, dove il fondamento del comportamento consiste nel trovare quei segni che sembrano superare l’angoscia esistenziale, solo sulla base di ritrovamenti.

Ma poi lampeggia una azione terribile che ci fa comprendere che la debolezza umana si manifesta in timori che riportano all’originario. Anche l’amore è condizione troppo umana per farci comprendere la visione di segni premonitori. Dobbiamo forse tendere all’essenziale, come in un’alba in cui attraversiamo un litorale dove la natura con la sua vertigine imprime il carattere non logico dell’essere nella sua abissalità.

Brava l’autrice che con una serie di scene ci fa risorgere in una poesia d’apertura per poi farci scoprire che la morte è la cessazione dell’appello dell’essere e di conseguenza il non essere-più-qui. La realtà non si trova più sotto il dominio del reale e ogni sforzo è l’immagine in cui trasferiamo la nostra intima connessione fra la storia e la Poesia. Alcuni passi commuovono per la loro forza intrinseca e per l’inquietudine che trasmettono, una nuova filosofia che è lamento amoroso, ritrovamento di una propria dimensione, contemplazione della bellezza.

Esther Basile

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