Berardi e Casolari: arte e biografia

Berardi e Casolari: arte e biografia

Ritorna a Napoli dopo qualche anno la Compagnia Berardi-Casolari. Sabato 15 e domenica 16 febbraio 2020 sarà al Teatro Tram di Napoli con lo spettacolo In fondo agli occhi. In scena con la regia di César Brie ci saranno Gianfranco Berardi, che ha vinto il Premio UBU come “Miglior attore” nel 2018, e Gabriella Casolari.

Sul palco una barista, Italia, donna delusa e abbandonata dal suo uomo, e Tiresia, suo socio e amante, non vedente, raccontano la propria storia, i propri sogni mancati, le proprie debolezze e le proprie speranze in un bar, metafora di un paese dove: “…non è rimasto più nessuno… perché ci vuole talento anche per essere mediocri…”. Sono stati, sono e saranno sempre in “crisi” come il paese in cui vivono, logorati dalla propria esistenza oltre che dal proprio rapporto.

Il percorso artistico e biografico di Berardi e Casolari rappresenta bene il valore della ricerca teatrale, di quanto sia importante essere se stessi e continuare ad esserlo anche dopo aver raggiunto il successo. – commenta Mirko Di Martino, direttore artistico della sala di via Port’Alba – Il TRAM si muove in questa linea, ospitando le compagnie teatrali con l’identità artistica più coerente”.

Una scena dello spettacolo (foto di Tommaso Le Pera)

Una storia autobiografica che parte dalla cecità come duplice punto di vista: uno reale, in cui la malattia fisica diventa filtro speciale attraverso cui analizzare il contemporaneo, e l’altro metaforico, in cui la cecità è la condizione di un intero Paese rabbioso e smarrito che brancola nel buio alla ricerca di una via d’uscita. Chi è più cieco di chi vive, senza avere un sogno, una prospettiva davanti a sé, di chi essendone consapevole, non può far altro che cedere alla disperazione? “Un paese cos’è in fondo se non le persone che al suo interno vivono e si muovono?- recita il testo – Un paese non sono le case, non sono le chiese, né i bar o le istituzioni ma la gente che al loro interno abita e ne dà il valore. Un paese malato quindi è fatto da gente malata, come noi”. Per raccontare tutto questo poeticamente e ironicamente, senza rischiare la retorica. Ecco allora l’incontro con César Brie: “L’autobiografico e l’universale vanno di pari passo: quando mi parli precisamente di te, mi parli del tuo paese, quando mi parli del tuo paese mi parli esattamente di te”.

L’illuminazione allora: la cecità, la malattia di Gianfranco, maniera autentica e necessaria, di condividere empaticamente il nostro tempo; metafora attraverso cui raccontare la crisi, in quanto fonte di dolore ma al contempo di opportunità per rivalutare l’essenziale e mettersi in gioco in prima persona, svelando ciò che si è così come si è. Inevitabile quindi è diventato affrontare l’aspetto complementare della malattia: la cura, reale esperienza che Gabriella vive in scena e nella vita. “Come ogni punto di forza può essere nella vita, – dichiarano i protagonisti – punto di debolezza, allo stesso modo la fragilità, in scena, può divenire perno su cui esprimere tutto il proprio potere. È nata così la voglia di costruire, a partire da noi, da ciò che sta in fondo ai nostri occhi, un affresco del contemporaneo”.

 

 

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