Bob Marley vive

Bob Marley vive

L’11 maggio del 1981 lasciava questa Terra, a soli 36 anni, Bob Marley, il sacerdote del reggae che con la sua musica ha stigmatizzato l’oppressione dei diseredati, di chi vive ai margini, in qualunque parte del mondo. Prima rock star planetaria della world music, ha regalato notorietà al reggae al di fuori della Giamaica. Robert Nesta Marley nasce nel quartiere-ghetto di Trenchtown, a Nine Mile, in Giamaica: “Trenchtown è ovunque, perché è il luogo da cui vengono tutti i diseredati, tutti i disperati, perché Trenchtown è il ghetto, è qualsiasi ghetto di qualsiasi città…”, dirà, profetico, leader spirituale che ha cantato e predicato la pace e l’unità tra i popoli.

Nel 1978 è stato insignito della medaglia della pace dalle Nazioni Unite. Dopo aver fondato, nel ’64, la band The Wailers, con Bunny Livingston e Peter Tosh, nel ’74 fondò la nuova band e incise dischi con il nome Bob Marley & the Wailers. Tutti ricordano successi quali “I Shot the Sheriff” (portata al successo dalla cover di Eric Clapton), “One Love”, inno all’amore ispirato ai principi della filosofia Rasta, “Get Up, Stand Up” (“alzatevi/tiratevi su/fate valere i vostri diritti/non abbandonate la lotta”). Chi non conosce “No Woman, No Cry” (di Vincent Ford) che recita: “no donna, non piangere/Vieni qui piccola cara/non spargere lacrime/In questo grande futuro/Non puoi dimenticare il tuo passato/Tutto andrà per il meglio”.

Grande musica con perfetti backing vocals, accompagnati, dal vivo, dal coro del pubblico. Il ritmo ipnotico, sincopato, incessante della musica di Marley è un invito al movimento, alla danza, come dimostrano i numerosi concerti che il carismatico musicista tenne in tutto il mondo. Tanto amore e tanti figli, di cui tre musicisti reggae, per il carismatico artista insignito del “Jamaican Order of Merit”, inserito nella Rock and Roll Hall of Fame, la cui stella campeggia sulla Hollywood Boulevard, a cui hanno intitolato, a Brooklyn, la Bob Marley Boulevard.

Il 6 febbraio, in Giamaica, si celebra una festa nazionale in suo onore. Diverse sue canzoni sono considerate tra le migliori di sempre da “Rolling Stones”. Ai suoi leggendari concerti accorrevano folle oceaniche in delirio per la sua musica e soprattutto, per il suo messaggio di unità e di pace. Ebbe i funerali di stato in Giamaica, sepolto affianco alla sua casa natale con la sua inseparabile chitarra, una “Gibson Les Paul Solid Body”, una Bibbia, un pallone da calcio, semi di marijuana, un anello che era solito portare. Simboli di una breve, intensa esistenza stroncata dal melanoma, consegnata alla leggenda, con uno stile che ha influenzato profondamente la scena musicale a venire, fino al dub targato Bill Lasswell, con un messaggio che ha regalato speranza ai popoli sfruttati e oppressi, all’Africa che ha sognato il ritorno alla terra promessa (“Zimbabwe” è la canzone che saluta l’indipendenza del paese). L’ultimo album, “Uprising” (1980) è quasi un epitaffio, un saluto, con la struggente “Redemption Song”. Continuano ad essere pubblicate raccolte di inediti dell’artista leggendario, come accaduto per altre star della musica. La sua forza, il suo lascito: politica, etica, religione, sono fuse in un unico linguaggio trasformato in energia musicale, un sorriso aperto, un inno all’incontro: “Is This Love”, direbbe il compianto Marley.

 

 

 

 

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