Castellitto è Il Cattivo Poeta

Castellitto è Il Cattivo Poeta

D’Annunzio è come un dente cariato: o lo estirpi o lo ricopri d’oro”, pare fossero le parole di Benito Mussolini spese per il poeta Vate, quel Gabriele D’Annunzio confinato in un “esilio” dorato sul lago di Garda dal regime. Troppo ingombrante per l’uomo solo al comando, quello con l’ego più grande del rinato impero in Etiopia, “ritornato sui colli fatali di Roma”.

Sentiamo pronunciare questa frase anche all’inizio del Cattivo Poeta, scritto e diretto da Gianluca Jodice, uno dei primi film italiani a tornare in sala nella scorsa primavera dopo le restrizioni della seconda e terza ondata pandemica, riproposto poi in cineforum e rassegne prima di approdare sulla piattaforma di Prime Video, dove è disponibile al noleggio. Una pellicola imperdibile, tra le migliori quest’anno al cinema, interpretata dal sempre maiuscolo Sergio Castellitto: un perfetto D’Annunzio decadente e dolente, l’ultimo grande esteta ed edonista, un patriota scomodo per la dittatura “che tutto gli aveva copiato, senza capire niente”, come sentenziano le sue donne nel film.

Il manifesto del film

Ciò a cui fanno riferimento è l’impresa di Fiume, con la reggenza del Carnaro che di recente ha compiuto 100 anni. “L’antica Grecia ci ha insegnato la bellezza, la Roma antica la giustizia e la Giudea la Santità: il Nibelungo non deve arrivare al Mediterraneo”, spiega con enfasi D’Annunzio al giovane federale in carriera arrivato nella sua villa, e promosso col compito di sorvegliare il grande poeta, “cattivo” e inviso ai Fasci dell’epoca per la sua popolarità.

Il bel discorso sull’eredità classica e giudaico cristiana affidata all’Italia altro non è che il grido di dolore per le sorti infauste della nazione intraviste da D’Annunzio con l’avvicinamento alla Germania di Hitler. L’intellettuale arriverà anche a incontrare il Duce di ritorno dal Terzo Reich e la camera offre l’occasione unica di farci ascoltare l’ultimo avvertimento prima della catastrofe: “Ti sei scavato la fossa a Berlino!”, sussurra alle orecchie del dittatore italiano, ormai diretto come un treno senza freni verso il Patto d’Acciaio che sancirà l’Asse. Il federale bresciano, a cui era stato chiesto di fare da spia al Vittoriale, come nelle migliori storie di spionaggio che si rispettino, passerà inevitabilmente dall’altra parte, dubitando del fascismo – in cui credeva fermamente e inizialmente – e solidarizzando sempre più con l’ultimo saggio rimasto in Italia, di fronte al delirio collettivo e al pensiero unico dell’opinione pubblica.

Un ottimo cast e una regia affilata supportano Castellitto, capace di dire tutto anche solo col lampo di uno sguardo o col silenzio dell’età avanzata. Una splendida ricostruzione d’epoca, precisa e rigorosa, girata nei veri luoghi degli ultimi anni di vita del poeta italiano, morto poi in circostanze misteriose, e poco prima dello scoppio della Seconda Guerra Mondiale, il cui esito si rivelerà tragicamente in linea con le sue previsioni da moderna Cassandra.

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