Cult da rivedere: “Sentieri selvaggi”

Cult da rivedere: “Sentieri selvaggi”

Le sale cinematografiche sono chiuse, i nuovi film distribuiti sono pochi, e pubblicati solo sulle piattaforme di streaming. Insomma, non c’è miglior momento per recuperare i classici del passato, magari dimenticati o messi da parte nel vortice di pellicole che, in un periodo normale, affollerebbe la programmazione cinematografica. E se proprio ci sono dei cult abbandonati, al giorno d’oggi, certo sono western, un genere che dopo aver dominato l’industria per vari decenni è stato messo nel dimenticatoio. Western che ha sempre voluto dire John Ford, ed è proprio di una sua opera che parleremo: “Sentieri selvaggi”.

Nel 1956 Ford ha 62 anni, è una leggenda di Hollywood, ha vinto 4 oscar ed è riconosciuto da tutti come uno dei più grandi registi della storia. Ha girato dei capolavori immortali (“Ombre rosse” e “Il massacro di Fort Apache”, per dirne un paio) e potrebbe anche concedersi piccoli film: non ha più nulla da dimostrare.

Il suo occhio però è troppo grande. E così, adattando un romanzo di Alan Le May su sceneggiatura di Frank S. Nugent, riscrive ancora una volta la storia del West, ritraendo quella Monument Valley che gli era tanto cara, e che è diventata il simbolo di tutto un genere cinematografico. Nel ruolo del protagonista, per l’ennesima volta, l’amico di sempre John Wayne.

La storia è presto detta: nel 1868, in Texas, Ethan Edwards torna a casa di suo fratello Aaron e sua cognata Martha dopo tanti anni, trovando i figli di questi ultimi e l’adottato Martin. A seguito della sparizione di parecchio bestiame, il capitano Clayton chiede l’aiuto di Aaron e Martin per scoprire i colpevoli, ma Ethan, sospettando sia opera di Comanche, prende il posto del fratello. Al loro ritorno scoprono che proprio gli indiani hanno bruciato la casa della famiglia e rapito tutte le donne. Comincia così una ricerca di vari anni, che porterà Ethan e Martin a contatto con messicani, indiani e in generale con la vita di frontiera texana.

Il film si avvale di tutta l’esperienza di Ford nel ritrarre i tipici paesaggi americani, che vengono inquadrati con splendidi campi lunghi, in cui il colore risalta e dà consistenza alla bellezza dell’immagine. La caratterizzazione dei personaggi è particolare, soprattutto il personaggio di Ethan è molto lontano dai soliti ruoli del “Duca”: la relazione con Martha solo accennata attraverso fugaci sguardi, il suo sospetto razzismo verso i Comanche, sono alcuni dei dettagli che contribuiscono a rendere ambiguo e sfaccettato il personaggio di Wayne. Inoltre, è molto interessante la rappresentazione della vita di frontiera succitata, a cui si è interessato in chiave moderna nel nostro decennio anche il talentuoso sceneggiatore e regista Taylor Sheridan, nei suoi film “Sicario”, “Hell or high water” e “I segreti di Wind River”.

Sentieri selvaggi, il manifesto

Infine, è importante soffermarsi sulla sequenza iniziale e finale dell’opera. Il film parte nel buio di una casa, subito rischiarato dall’apertura di una porta, che ci rende possibile vedere ciò che c’è fuori: il West, l’azzurro del cielo e l’arancione delle montagne. Dopo pochi secondi, un uomo a cavallo, un cowboy su una bestia impolverata: l’immagine stessa del western. E la pellicola finisce con una scena che dà ancora più importanza a questo primo momento contemplativo: la vicenda è conclusa, tutti i personaggi entrano in casa, tranne uno, John Wayne. Era lui l’uomo a cavallo all’inizio, è lui l’unico che non entra in quella porta alla fine, ancora pronto a vagare, incapace di fermarsi. E sono per lui le domande cantate sui titoli di testa del film, che assumono senso solo retrospettivamente:

What makes a man to wander?  

What makes a man to roam? 

What makes a man to leave bed and board 

And turn his back on home? 

Ride away, ride away, ride away                                                                                            

Cosa porta un uomo a vagare? Cosa porta un uomo a errare?

 

Angelo Matteo

 

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