Dalla filosofia ai nuovi approdi

Dalla filosofia ai nuovi approdi

Si svolgerà dal 30 luglio al 2 agosto 2020 con la XIV edizione della Scuola estiva di alta formazione. L’annuale appuntamento porta il titolo “Filosofia, scienze e nuovi approdi”. La compatta compagine, guidata dalla tutor Esther Basile, con ospiti, giornalisti e noti intellettuali, discuterà sul tema, intervenendo presso la Sala consiliare di Castel di Sangro, dove il nuovo ciclo sarà inaugurato alle ore 17, dal sindaco Angelo Caruso e dalla direttrice del Museo Patini, Cinzia Mattamira.

Nella quattro giorni d’incontri, interverranno: Esther Basile, Angela Caruso, Carmen Dinota, Marika Di Carlo, Luisa Festa, Maria Teresa Gallo, Pasquale Gallo, Renata Gambino, Carmela Maietta, Gioconda Marinelli, Maria Marmo, Roberto Masi, Cinzia Mattamira, Mauro Petrarca, Calorina Pulsoni, Grazia Pulvirenti, Maria Stella Rossi, Maria Rosaria Rubulotta, Maria Antonietta Selvaggio, Ciric Slobodanka. Interventi musicali del Maestro Nicola Rando, Daniela Innamorati, Valeria Bruner.

Si parlerà di arte, medicina, musica, poesia, welfar, saranno presentati libri e video, partendo dalla filosofia per giungere ai “nuovi approdi”.

Sabato 1 agosto evento speciale l’incontro con Dacia Maraini che presenterà il suo libro “Trio” (edizioni Rizzoli) al Museo Aufidenate, alle ore 17.

 

Poesia e filosofia

 

Niente sappiamo del dialogo che intercorre tra poeti e pensatori che

abitano vicino su monti quanto mai separati». Questa lapidaria affermazione

tratta da Was ist Metaphysik di Heidegger, sembra chiudere in qualche

modo il dibattito sviluppatosi particolarmente in epoca romantica intorno

alla questione del primato della poesia ovvero della filosofia, ed

aprire la nuova prospettiva ermeneutica nella quale tale rapporto dovrà

essere d’ora in poi reimpostato e compreso.

La questione della relazione tra poesia e filosofia, e del loro rispettivo primato,

è più antica della sua drammatizzazione avvenuta nel periodo del

romanticismo. Basti pensare al rapporto che Platone stabilisce tra la verità

dell’arte e la verità del logos, e secondo la quale l’arte, rappresentando

sostanzialmente una “imitazione” della natura, che a sua volta costituisce

un’“imitazione” dell’unico mondo reale, quello delle Idee divine, rappresenta

per ciò stesso, per il filosofo, un duplice allontanamento dalla “verità”,

e in quanto tale deve essere superata ed inverata dal logos filosofico.

Sebbene l’arte cui si riferisce Platone è prevalentemente quella delle arti

figurative, a motivo del più diretto rapporto che esse istituiscono con l’eidos,

ovvero con la visione intellettuale, tuttavia il discorso platonico sulla

bellezza come immagine del divino può essere agevolmente trasposta al

significato della bellezza poetica intesa come espressione linguistica

della verità del logos. La bellezza, dice Platone, brilla tra le idee divine,

ma a noi è dato contemplarla solo nelle sue imitazioni sensibili, in nessuna

delle quali splende la sua forma originaria, sebbene tutto ciò che è

bello suscita in noi “le ali dell’anima”, ovvero l’amore (Eros) verso quella

bellezza divina che traluce in tutto ciò che è bello, ma che può essere

raggiunta solo dall’ascesa e dalla trasfigurazione dialettica del logos. E’

vero che poi Platone, di fronte alla “debolezza” del logos ed alla sua incapacità

a percorrere tutta la via della verità, soprattutto per le questioni più

importanti dell’esistenza, quali il destino ultraterreno delle anime, fa

ricorso al mito (e quindi alla poesia), fino a sostenere nel Fedone che “è

bello correre il rischio del mito”, e che è bene “protrarre il suo incantesimo”

quando vengano meno gli strumenti della dialettica nella ricerca

della verità. Anche se poi mostra la consapevolezza che anche la verità

che traluce nel mito è una verità nell’ombra, nel senso che qualora la verità

fosse trasparente nelle parole dell’uomo, come lo è la bellezza nelle

immagini di tutte le forme belle, essa susciterebbe “terribili amori”, e per

questo l’uomo deve accontentarsi di una saggezza-verità che solo traspare

nelle parole della poesia, e in modo inferiore alla bellezza che traluce

nelle immagini dell’arte figurativa. «Per quanto riguarda la bellezza –

scrive Platone nel Fedro – essa splendeva fra le realtà di lassù come Essere.

E noi, venuti quaggiù, l’abbiamo colta con la più chiara delle nostre

sensazioni, in quanto essa splende in modo luminosissimo. Infatti, per noi

la vista è la più acuta delle sensazioni che riceviamo mediante il corpo.

Ma con essa non si vede la Saggezza, perché, giungendo alla vista, essa

susciterebbe terribili amori se offrisse una qualche immagine di sé, né si

vedono tutte le altre realtà che sono degne d’amore. Ora, invece, solo la

Bellezza ricevette questa sorte di essere ciò che è più manifesto e più amabile

Alla Bellezza -sia manifesta nelle parole poetiche che nelle arti

figurative- viene assegnato il compito di elevare l’uomo verso il divino.

Aristotele, opponendosi alla concezione platonica della “mimesis” poetica,

che finisce per considerare la poesia una “imitazione di una imitazione”‘,

una “copia di una copia” della verità, la quale verrebbe attinta in

modo più compiuto solo dalla dialettica filosofica, interpreta invece l’attività

poetica non come una riproduzione ma come una “creazione” originale

della realtà, la quale si distingue sia dal racconto storico degli eventi,

sia dal logos universale della filosofia. «Ufficio del poeta – scrive Aristotele-

non è il descrivere cose realmente accadute, bensì quali possono

in date condizioni accadere; cioè cose le quali siano possibili secondo le

leggi della verosimiglianza e della realtà». La poesia risulterà “qualche

cosa di più filosofico e di più elevato della storia” perché «tende a rappresentare

l’universale, mentre la storia il particolare»; e la conseguenza è,

per Aristotele – come per gran parte dell’estetica contemporanea,- che

l’universale poetico non ha come contenuto né la verità storica, che riguarda

solo fatti realmente accaduti, né la verità filosofica, fondata sull’essere,

ma un universale poetico fondato sulla “verosimiglianza”, che

trasfigura in modo creativo tutte le cose «sotto l’aspetto della possibilità

e della verosimiglianza». La poesia allora è una creazione spirituale che

non imita passivamente la realtà ma ricrea e trasfigura i fatti secondo la

legge del verosimile, che è «legge di unità, di coerenza, di coesione, di

concentrazione, onde tutti gli elementi che compongono il mito (…)aderiscono

l’uno all’altro, sono l’uno all’altro necessari, si compenetrano

l’un l’altro per interna e fluida reciprocità, e intendono concordemente

verso un unico fine che si concreta in un atteggiamento di vita, in una forza

attiva e presente, come un vivo e perfetto organismo» . Il mistero della

poesia consiste allora in un “universale fantastico” che è in qualche modo

più filosofico della storia, ma che tuttavia non appartiene all’universale

logico della filosofia, e costituisce un’autonoma forma della creazione

spirituale dell’uomo.

                                                                                        Esther Basile

 

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