Fabrizia Ramondino

Fabrizia Ramondino

Il libro della Ramondino

Il libro della Ramondino

Come scordare il sorriso dei bambini sahrawi, che ogni anno nella stagione estiva tornano a Napoli, i loro occhi profondi che ho visto brillare e guardare avanti. I disegni colorati da cui emana il calore della famiglia, delle loro tende. Ci sono anche le paure, tante, gli strumenti di guerra, ma un sole luminoso o l’arcobaleno sovrastano tutto. E allora ho riletto il diario di bordo di Fabrizia Ramondino, “Polisario-un’astronave dimenticata nel deserto” (Gamberetti), scritto tra la sabbia del Sahara, durante il viaggio con la troupe di Mario Martone, che nel 1996 girava “Una storia sahrawi” per l’Unicef e RaiUno. Un viaggio emozionale, d’amore, verso un popolo povero, molto provato, cacciato dalla sua terra, dimenticato dal mondo, ma ricco di coraggio e dignità.

E come per quei bellissimi bambini, anche a noi serve andare oltre e avere fiducia. “Lottiamo contro il tramonto – scrive la Ramondino – che arriva sempre improvviso, rapido, come un colpo di gong del sole, che urta la terra e svanisce, senza eco. Ho vissuto una delle esperienze più belle della mia vita – dichiara – ho scoperto un altro deserto. Prima per me, era solo il simbolo della solitudine che regna nei rapporti umani, da vicino mi è parso vivo, con natura e cieli indimenticabili, un deserto abitato da un popolo che ha molto da insegnarci. E mi pareva, sempre nel sogno, che quella parte di deserto fosse stata da sempre il mio posto al mondo, che fosse stata da sempre la mia patria, più che se ci fossi nata. Ho trovato l’utopia, l’unica cosa capace di farmi piangere”.

Nel Sahara occidentale, Fabrizia, la scrittrice “nomade”, con quaranta gradi all’ombra, un filo d’acqua per la doccia, mosche, vipere, scarafaggi, tra dune e dromedari, sotto un cielo di stelle vicinissime, conosce un popolo che lotta con l’aiuto dei soldati del Fronte Polisario, per l’indipendenza. Visita la scuola, l’emporio, l’ospedale, le botteghe artigiane, incontra bambini, la vecchia guaritrice, l’insegnante di corano, giovani malati di mente, esplora luoghi e animi. E dedica alle donne questi versi:

Fabrizia Ramondino

Fabrizia Ramondino

 

Non amo i tamburi di guerra.

Non credo ai profeti di pace.

Guardo le mie vecchie mani.

A un dito noto un anello,

modesta lucente spirale,

dono di una donna sahrawi

ricavato da detriti di armi con abili mani.

Come la sua pentola,

il suo cucchiaio, le sue collane.

Da circa trent’anni scacciata

col napalm dalla sua terra

dopo una guerra

e un’infinita tregua Onu-versale

aspetta ancora di tornare là,

dove si vedeva il mare.

 

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