Francesca Muoio e le leggende napoletane

Francesca Muoio e le leggende napoletane

Sabato 5 marzo 2022, alle ore 20.30, il Teatro Bolivar di Napoli presenta “Leggendo leggende napoletane”, spettacolo ideato e interpretato da Francesca Muoio e Luca Trezza, un intenso viaggio letterario e teatrale intessuto di frammenti antichi e contemporanei su testi di Cappuccio, Moscato, Ruccello, Serao, Patroni Griffi, Basile, OrteseSantanelli e degli stessi protagonisti. Storie toccanti, forti e viscerali, che raccontano di una madre che ha perso la figlia, di un soldato che abusa una donna che ha appena partorito, i tormenti di un travestito, di un uomo che vuole farla finita, del ribollente maschio Vesuvio che seduce la provocante femmina Etna, di un bambino che spazza via le foglie dei desideri del mondo.

Francesca Muoio, autrice, attrice e regista, ai lettori di NT racconta il suo nuovo spettacolo.

“Leggendo leggende napoletane” è il suo nuovo spettacolo di “drammaturgia scomposta”: qual è il leit motiv che lega i testi degli autori che mette in scena con Luca Trezza?

“È un viaggio attraverso gli autori classici e contemporanei della tradizione partenopea, un omaggio a Napoli, alle sue contraddizioni, al suo continuo alternarsi tra tormento e bellezza, dolore e magia. All’inizio dello spettacolo, la domanda suggeritaci dalle parole di Matilde Serao è “Napoli è stata creata dall’amore?”. Ed è questo il leit motiv che ha fatto sì che testi di autori, seppur distanti tra loro cronologicamente e stilisticamente, fossero in realtà anelli di un’unica catena. Una catena fatta di ombre e di luci, di figure vivide e di fantasmi, di storie vissute e immaginate, strette in un unico abbraccio tra la vita e la morte, tra i sogni e la realtà. Precarietà ed eternità in un unico respiro. Se ci fosse una mappa, una cartina creata dall’amore, se questo sentimento potesse essere rappresentato attraverso i vicoli, le piazze e i palazzi di una città, probabilmente assomiglierebbe proprio a Napoli. Entrambi tanto controversi, reali, carnali quanto condivisi, idealizzati, spirituali. Una crepa per ogni amore vissuto o mancato. Napoli è l’amore declinato in tutte le sue molteplici sfaccettature”.

Nello spettacolo la scrittura di noti drammaturghi e scrittori si intreccia con testi suoi e di Trezza.

“La scrittura ha sempre accompagnato nel tempo sia me che lui e ci sembrava coerente aggiungere anche “pezzi di noi” agli altri di questo puzzle che abbiamo composto. Come se fossero un tutt’ uno con essi. Nulla nasce dal nulla e sicuramente anche i brani scritti da noi sono frutto dell’attraversamento degli autori che abbiamo conosciuto e affrontato negli anni. Non si può prescindere dalla tradizione, da chi abbiamo incontrato, dalle nostre origini. Sono insieme il punto di arrivo al quale ambire e il punto di partenza”.

Possiamo dire che Napoli, con il suo territorio vulcanico e leggendario, protagonista di storie e di vita, fa da sfondo ai racconti, li ispira?

“Sicuramente. La passione febbrile che esplode col Vesuvio, la malinconia e lo scorrere del tempo nelle onde del mare, le tortuosità e la sorpresa di ogni giorno nei vicoli del centro. E la felicità così tangibile quanto effimera nella bellezza improvvisa ed immensa che ti assale girando un angolo che non conoscevi. Il tutto colorato dall’ironia, dal caos, dall’insensatezza e dalla schiettezza della vita che, tremendamente bella, va avanti nonostante tutto. Napoli è un racconto infinito che, per la sua commistione di sentimenti, di culture e di classi sociali e per la sua convivenza col mistero, la morte e la poesia non si esaurirà mai. È il racconto dei racconti narrato con parole fatte di musica”.

Lei ha fondato la Compagnia PrimeLune Teatro e alterna il lavoro di attrice con quello di autrice e regista: quali sono i registi che l’hanno diretta con i quali ha avvertito maggiore sintonia?

“Ho avuto la fortuna di poter lavorare con registi che stimo molto e ognuno di loro mi ha regalato qualcosa. Un regista è, in primo luogo, un uomo che per un lasso di tempo apre il suo mondo, con tutto il suo immaginario e i suoi ragionamenti. Ti possono piacere o meno, ma credo che entrare nel profondo della mente di qualcuno sia una delle cose più preziose e più straordinarie che regala il mestiere dell’attore. E non è poco”.

Una scena dello spettacolo

Viviamo un periodo difficile, e con fatica i rapporti umani, la cultura, l’arte cercano di riprendersi.

“E proprio nell’incertezza e nel buio che la spinta ad immaginare si rafforza, diventa quasi istintiva. Più si chiudono tutte le porte attorno, più l’immaginazione, per spirito di sopravvivenza, porta in luoghi lontani, diversi. Ma nell’assoluta incertezza è anche molto più difficile realizzare, concretizzare. “Leggendo leggende napoletane” può considerarsi come una nostra piccola forma di “resistenza”. È uno spettacolo nato in un contesto non propriamente “teatrale”, dovuto alle circostanze, al cercare di superare l’impasse del momento, a voler continuare a fare sempre e comunque. Non sapevamo se e quando saremmo ritornati su un palcoscenico e questo lavoro ci ha dato la possibilità di portare il teatro altrove e, per assurdo, è stato proprio questo altrove che ci ha ricongiunto ancora di più al teatro, che ci ha ribadito il suo senso più intimo. Raccontare qualcosa a qualcuno. Non importa dove. Il teatro lo si può fare ovunque e per chiunque. Questo ci ha ricordato questo spettacolo. Abbiamo ritrovato un pubblico trasversale proprio perché non abituato alle “poltrone”. Un pubblico realmente curioso, divertito o commosso, completamente slegato dalle dinamiche di potere o di élite su cui, troppo spesso, si fonda questo mestiere. Perché, se gli addetti ai lavori sono troppo occupati o poco curiosi perché assuefatti dal vedere spettacoli, il resto della gente ha un continuo, sincero bisogno di ascoltare storie. E quando abbiamo poi riportato questo spettacolo di nuovo su un palco “tradizionale”, lo abbiamo fatto forti di questo pensiero. Per cui, se c’è in progetto uno spettacolo da regista, beh, il progetto più grande, quello che vorrei accomunasse tutti gli spettacoli che, spero, in futuro, di poter fare, è senz’altro quello in cui dall’altra parte, come pubblico, ci siano davvero persone desiderose di ascoltare una storia, nient’altro”.

 

 

 

 

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