GABRIELE LAVIA E IL SUO MACBETH

“Spesso si torna ai primi amori, alle prime mogli, alle prime amanti”. Scherza  Gabriele Lavia spiegando il suo ritorno al Macbeth (ovvero il potere ad ogni costo) di Shakespeare in scena al Mercadante di Napoli fino al 30 gennaio, da lui diretto e interpretato con Giovanna Di Rauso nei panni della sanguinaria Lady.

Shakespeare primo amore?

“Bè, forse sì. Ma un teatrante comunque non abbandona i testi che conosce e che insieme vanno a formare un unico testo, personale, come il pittore dipinge un unico quadro, che è il suo quadro interiore e lo rende  riconoscibile. Porto in scena “Macbeth”, non perché voglio dire qualcosa di nuovo, ma perché posso fare il mio teatro, rappresentare a modo mio. Naturalmente la messinscena sarà sempre diversa”.

Da dove è partito per impostare la regia?

“Dalla profezia delle tre streghe che annunciano a Macbeth che diverrà Re. E’ quasi un prologo alla storia, nel mito, Shakespeare racconta che per essere, l’uomo è costretto ad agire, così è per lui che diventa sovrano non per diritto ma perché compie delle azioni: crudeli, assassine, folli, ma non può farne più a meno, fino all’abisso. Il fulcro della tragedia è il fare. Ho preso questa metafora e l’ho declinata nel corso dello spettacolo. Sulla scena c’è un dietro e un davanti: un camerino e la scena in cui gli attori si esibiscono per recitare la loro parte. Quello del fare è un modo d’intendere molto vicino a noi uomini tecnologici”.

C’è dell’attualità, dunque, in questa tragedia?

“L’attualità sta nel fatto che la mettiamo in scena. Pensare che l’arte abbia a che vedere con la cronaca non significa nulla. Sì, c’è la possibilità di un’attinenza con la situazione politica, ma questo è solo un pettegolezzo e come tale è rappresentato”.

Ha adoperato costumi moderni, c’è qualche nudo, è uno spettacolo molto visionario.

“La tradizione del costume d’epoca fortunatamente sta scomparendo, questi sono dettagli, ciò che conta è la metafora del teatro”.

Tra gli altri autori che preferisce ci sono anche Strindberg, Pirandello, Cechov. Perché si fanno tanto i classici?

“Non si può non farli. Il testo è solo l’occasione. L’uomo è condannato a rappresentare, siano i colori, il paesaggio per il pittore o l’informale, comunque si tratta di qualcosa cui dare l’essere. Il testo è una forma che diventa presente sulla scena. Macbeth è presente sulla scena nel senso che c’è. Teatro del passato, del presente o del futuro sono parole vuote. Il presente è l’attuale, quel che si fa, indipendentemente dal fatto che ciascun artista ha bisogno di un testo, scritto oggi, ieri o l’altroieri.”.

Che cosa pensa, allora, della ricerca teatrale?

“Tutti la fanno a proprio modo, un regista autentico fa la propria. Non credo nei termini, sono solo etichette. Che cosa si può sperimentare? Il futuro che non c’è ancora? L’unica ricerca è l’origine, da qui si può aprire una porta attraverso la quale potrebbe venire a visitarci l’avvenire”.

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