Gambardella e i sentimenti instabili

Gambardella e i sentimenti instabili

La libertà che abbiamo riguadagnato nella fase due con la fine della quarantena ci fa pensare ai due mesi di “domiciliari”, cui siamo stati sottoposti tutti in Italia, come a un periodo storico remoto, quasi eccezionale, così straordinario da apparire già consegnato alla Storia e al giudizio dei posteri. Il quasi è d’obbligo perché in fondo si tratta della prima metà dell’anno e le previsioni sulla seconda sono fosche, per non parlare dell’emergenza covid nel resto del mondo attualmente.

L’avverbio “quasi” connota bene anche il titolo del libro edito da Graus e scritto dal giornalista napoletano Davide Gambardella, Storia di un (quasi) amore in quarantena, e ne rappresenta appunto la chiave di lettura, una sorta di macguffin di hitchcockiana memoria in una storia che si presterebbe molto bene al cinema. Quel dettaglio nascosto, all’apparenza insignificante o secondario, eppure di vitale importanza, soprattutto alla luce del sorprendente finale.

Un racconto da leggere tutto d’un fiato, una lettura perfetta in questa estate di riflessione sull’amore al tempo del coronavirus, sulla generazione dei trentenni, sulle sfide e sulle ansie pronte ad attenderli al varco della crisi economica. Sembra un secolo fa l’epoca delle autocertificazioni, delle pattuglie in giro e dei posti di blocco, dei flash mob canterini sui balconi e dei delatori nemici giurati di runner e genitori al passeggio coi bimbi, nonché delle file al supermercato. Eppure si tratta di due, tre mesi fa. Settimane in cui il protagonista, un giornalista napoletano trapiantato nella periferia romana, incontra su una App la bella Tatiana: russa siberiana, capelli rosso fuoco e occhi verdi da gatta, una matriosca vulcanica piena di talento, passione, licenziata in tronco allo scoccare del DPCM notturno del Premier Conte, come una novella Cenerentola alla ricerca del principe azzurro a fine incantesimo.

Lo trova in questo ragazzo belloccio e palestrato, preso anche lui dalle mille difficoltà economiche dei professionisti e delle partite IVA in Italia, e se ne innamora clandestinamente. Il lockdown infatti non ha mai contemplato le frequentazioni e agli occhi dei burocrati dei ministeri e della Presidenza del Consiglio loro non avrebbero alcun diritto di vedersi o frequentarsi: si aggirano nella periferia esistenziale di Tor Bella Monaca in un perimetro di illegalità e infrazioni quotidiane. Apolidi del sentimento fin dall’inizio, figuriamoci poi a fine fase uno con le diatribe sui congiunti e sugli affetti stabili. “È la società fluida”, direbbe il sociologo Bauman, e “tu non puoi farci niente”, parafrasando anche Bogart sulla stampa. Fluida è l’intera vicenda, innaffiata di passione e rapporti sessuali consumati voracemente al pari di pranzi e cenette: scorre il vino a volontà, e il rum, il sesso poi si propaga esplicitamente nelle pagine del libro, avvolto dal fumo di canne e hashish a ogni incontro.

Per due mesi e mezzo il giornalista e la gatta siberiana vivono in una speciale capsula del tempo, senza etichette, senza definizioni, un po’ come i protagonisti di “Io e Te” di Niccolò Ammaniti chiusi in cantina, o degli amanti parigini di “Ultimo Tango a Parigi”, entrambe storie adattate sullo schermo dal compianto Bernardo Bertolucci. Lei dipinge, fotografa, prende ispirazione al sole tiepido della primavera scorsa con le cuffie nelle orecchie, lui prova a lavorare in smart working e in vestaglia, e cucina meglio di un concorrente di Masterchef, tra fettuccine ai funghi, pollo con patate e i pranzetti di Pasqua e Pasquetta. La seduzione e la complicità sono innegabili giorno dopo giorno, l’intimità si arricchisce anche di un piccolo momento degno di “Shrek” (l’orco verde della Dreamworks più politicamente scorretto di sempre), eppure nulla è come sembra e ingannevole è il cuore più di ogni cosa. Persino un’astrazione come l’amore può battere il piccolissimo agente virale Sars-cov2 in quanto a imprevedibilità. Nella prefazione Enrico Parolisi esordisce sibillino: “Una generazione senza nome che raccoglie gli sfaceli di quella immediatamente precedente. Ma che esiste. Che è fatta di tutto ciò. Che brucia. Che ama. Che resiste”. E che è resiliente, nonostante tutto o forse proprio per questo.

Il nome dell’autore suggerirebbe echi sorrentiniani, mondanità da “Grande Bellezza” e quel Jep Gambardella che abbiamo imparato tutti a conoscere sul grande e piccolo schermo dopo l’Oscar al film di Sorrentino. Qui però il vortice della mondanità per la generazione nata negli anni ‘80 è quasi un lusso, azzerata definitivamente in piena quarantena. Ma l’ideale alter ego dell’autore, frutto assoluto di fantasia come la storia stessa, possiede un po’ quella malinconia che gli occhi di Toni Servillo lasciavano intravedere al cinema. Come se Jep si fosse spostato a Roma Est, ancora innamorato della vita mentre tutto intorno muore e crolla, solo con più sobrietà in terrazza tra musica e alcol.

 

 

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