Valenza: “La fotografia è emozione”

Valenza: “La fotografia è emozione”

Nata a Napoli, appartenente ad una generazione di donne che ha scritto pagine di femminismo sul campo, lavorando in un settore tradizionalmente maschile e affermandosi con la sua costanza, bravura, professionalità, sensibilità: Gilda Valenza è storica fotoreporter. Con i suoi preziosi scatti racconta la storia della cultura, dello spettacolo, del costume, della politica italiana dagli anni ’70 al giorno d’oggi. Ciò che ne fa una professionista tanto amata e rispettata è la sua capacità di cogliere, attraverso l’obiettivo, l’impalpabile, l’essenza di un evento o di un personaggio. Tanti premi guadagnati sul campo, come quello conferitole a Palazzo San Giacomo, l’8/4/2010, dall’allora sindaco di Napoli, Rosa Russo Iervolino, con la seguente motivazione: “In segno di grande stima, infinito affetto e profonda gratitudine per la sua brillante ed appassionata carriera professionale di fotografa che ha saputo catturare le immagini, l’anima dei personaggi ed il significato vero degli avvenimenti degli ultimi trent’anni della storia della nostra Città”.

Quando ha capito che avrebbe fatto della sua grande passione il suo lavoro?

Gilda Valenza agli inizi

“Ho iniziato per fotografare i miei figli, come tutte le mamme. Ero brava in disegno e amavo l’arte, la pittura. Provengo da una famiglia di artisti, pittori, nel ramo materno. Andai a lavorare come segretaria dal fotografo D’Avenia, in via Roma, specializzato in foto di matrimoni in grandi alberghi; allora si usava la biottica 6×6, e mi cimentai anche io. Iniziai a fare foto ai matrimoni ma all’epoca, anni ’70, la donna non poteva salire sul presbiterio, non fu facile. Un giorno mancò l’operatore e il fotografo mi chiese di prendere il suo posto e così feci due matrimoni nella stessa giornata! Dopo diversi anni mi stancai e andai a lavorare al TTC, storico club vomerese e a Canale 21, con Gino Rivieccio e le sue trasmissioni, con Mario Savino  e in tante manifestazioni con loro protagonisti. Ho lavorato per le Aziende per il turismo di Napoli e della Campania. Sono specializzata nella fotografia archeologica e ho lavorato con le Soprintendenze, con Pompei, i musei. Ho seguito le iniziative culturali del regista Maurizio Scaparro e seguo da oltre vent’anni l’attività di Carlo Buccirosso e altri. Ho collaborato alle pubblicazioni di storiche case editrici, a eventi dell’Università Federico II e Istituto Orientale, della Biblioteca Nazionale, dell’Istituto Italiano per gli Studi Filosofici, dell’Unicef Campania. Ho lavorato per il Tribunale di Napoli, per la catalogazione delle opere, documentando il saccheggio dei Gerolamini. Ho fotografato tutti i politici della prima e della seconda Repubblica, da Andreotti a Conte passando per Kohl e Mitterand. Da Pertini in poi ho immortalato tutti i presidenti della Repubblica”.

E’ docente di corsi per insegnare la tecnica ai giovani: come ci si rapporta a chi si avvicina alla fotografia nell’era del digitale e del tutto e subito?

“Ho insegnato in scuole di diverso ordine e grado e gli allievi che preferisco sono i bambini delle elementari che hanno più fantasia. Oggi tutto si fotografa, esistono i “fotorroici”! Oggi si eseguono numerosi scatti ma non si guarda. Io insegno a scattare, spiego ai giovani che non devono curare solo la tecnica ma imparare a trasmettere ciò che sentono. Fotografare è come imparare a guidare: inutile leggere migliaia di libri, occorre fotografare”.

Un giovane John Malkovich

Ha immortalato nei suoi scatti tanti personaggi noti, una grande pagina di storia del costume italiano: quali porta nel cuore?

“Però non ho fotografato Totò! Dagli anni ’70 ho seguito tutti i grandi eventi di Napoli e non solo: incontri di cinema di Sorrento, eventi e spettacoli teatrali, curando per diverse sale napoletane le foto di scena. Ho fotografato tanti grandi personaggi, da Eduardo e Luca De Filippo a Roberto Murolo, da Massimo Troisi a Concetta e Peppe Barra, da Marcello Mastroianni a Vittorio Gassman, da Giancarlo Giannini a Dario Fo, da Rudolf Nureyev a Philippe Leroy e a un giovane John Malkovich, da Jack Lemmon a Ursula Andress, da B.B.King a Lionel Hampton, da Lucio Dalla a Pat Metheny, da James Taylor a Famofou Don Moye a Noa. Nel cuore porto soprattutto Scaparro, Dario Fo, Jack Lemmon, grandi personaggi, uomini semplici e riservati”.

Cosa significa per lei la fotografia?

“E’ parte di me, è emozione, sempre. Significa vedere attraverso i miei occhi: dei fiori, Roberto Bolle che danza, un evento teatrale… mai qualcosa vale meno di un’altra. Fotografare è cogliere l’attimo. Cerco di non fare mai cose banali. Uno dei miei scatti più apprezzati sui social è “la preghiera”: ho immortalato un Crocifisso in luce, con un’atmosfera che evoca la speranza per il domani. Attraverso quella foto la gente si è riconosciuta. In pieno Covid ho mostrato la luce al tramonto che esprimeva la nostra crisi interiore. L’immagine è storia e non bisogna sottovalutarla. La fotografia non morirà mai, tutto è immagine, e l’immagine è eternità. Basti pensare ad eventi terribili, come un terremoto: quando si scappa, ancor prima che al denaro, si pensa a salvare le foto di famiglia, i ricordi, la nostra storia”.

 

 

 

 

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