Golden Globe a “Il processo ai Chicago 7”

Golden Globe a “Il processo ai Chicago 7”

Nella notte del 1 marzo italiana si è tenuta la 78esima edizione dei Golden Globe, i premi cinematografici e televisivi assegnati dai giornalisti della HFPA. In un’edizione anomala a causa dell’emergenza Covid, il premio alla miglior sceneggiatura è stato assegnato per la terza volta a colui che da molti è considerato uno dei migliori sceneggiatori al mondo: Aaron Sorkin. L’autore è stato premiato per “Il processo ai Chicago 7”, sua seconda fatica da regista. Uno dei riconoscimenti più prevedibili della serata, non solo per la qualità come sempre elevata della scrittura di Sorkin, ma anche per la forte presa di posizione politica che la pellicola esprime.

Il processo ai Chicago 7” è infatti tratto da una storia vera, il vero processo in cui nel 1969 un gruppo di attivisti contro la guerra del Vietnam fu accusato di aver causato scontri con la polizia in occasione della Convention democratica di Chicago nell’agosto 1968. Il film (che dura poco più di due ore), dopo un breve prologo in cui vengono presentati con maestria tutti i soggetti della vicenda, si dispiega nel racconto del processo, attraverso il quale viene ricostruito l’oggetto della disputa: la notte del 28 agosto 1968. Ciò di cui i Chicago 7 sono accusati viene mostrato in modo frammentario e attraverso flashback: a Sorkin non interessa l’evento in sé ma, come già chiaro dal titolo, solo l’iter processuale. Quell’azione che fu pesantemente condizionata da personalità politiche, come sottolineato a più riprese dai personaggi, e che fu un vero e proprio oltraggio a ogni ideale di giustizia e democrazia. Certamente in un’America ancora scossa dai quattro anni di presidenza Trump ciò deve avere avuto molto effetto. Il film è vibrante, brillante in molti momenti, spesso divertente. Il ritmo dei dialoghi è incalzante, ma non arriva agli estremi che altre sceneggiature di Sorkin (“The social network”) avevano raggiunto.

Tra le altre cose va messo in luce l’apporto del cast. In un film corale, in cui i personaggi quantomeno importanti sono dieci, risaltare tra gli altri con la propria performance non è cosa da tutti: è ciò che riesce a Sacha Baron Coen, magnifico nel ruolo di Abbie Hoffman, leader degli Yippie. Regge da solo le virate ironiche della pellicola, e riesce allo stesso tempo a tratteggiare in maniera credibile, mai macchiettistica, un personaggio complesso e sfaccettato: l’interrogatorio finale a cui viene sottoposto ne è la dimostrazione più luminosa. Anche Frank Langella offre un’ottima interpretazione, nel ruolo del giudice antagonista, rappresentante di quel potere pervertito che non ha alcuna intenzione di dare giustizia.

Una scena del film

Per concludere, in un film che, pur potendo, non utilizza mai climax per generare facili emozioni, ma anzi si affida a un andamento piano, regolare, una scena in particolare è degna di risaltare sulle altre, perché mostra la capacità di Sorkin di esprimere ciò che vuole senza urlarlo, ma semplicemente mostrandolo.

Bobby Seale, leader delle Black Panther, fin dall’inizio del processo ha richiesto al giudice di auto rappresentarsi, a causa della malattia del suo avvocato. Seale, dopo aver visto il giudice ignorare a più riprese la sua richiesta, ha deciso di sabotare il processo. Il giudice dunque procede a farlo imbavagliare e a portarlo sul banco degli imputati impossibilitato a parlare. Questa scena, dal forte valore simbolico, è meravigliosa: un montaggio alternato di Seale, brutalmente imbavagliato, e dall’altra parte i presenti in aula in silenzio attonito, sui cui volti si legge l’indignazione per ciò che sta accadendo. Una sottile musica d’accompagnamento, nessun virtuosismo registico: la semplice esposizione del fatto dice tutto.

Il film è disponibile su Netflix.

 

                                                                                                                                          Angelo Matteo

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