Hamletmachine visto da Sergio Sivori

Hamletmachine visto da Sergio Sivori

Alterna brillantemente l’attività di attore di teatro, film, tv e radio, con quella di regista: insignito di importanti riconoscimenti, ha tanti progetti in cantiere. Fino al 21 novembre 2021 Sergio Sivori porta in scena, al Piccolo Bellini di Napoli, Hamletmachine, di Heiner Müller (produzione Fondazione Teatro di Napoli – Teatro Bellini), con protagonista Rino Di Martino.

La sua regia del testo di Müller, ispirato all’opera di Shakespeare, mette a nudo un sadico gioco teatrale per indagare a fondo le passioni umane. Müller trasforma la riflessione sui disastri della storia in quadri allucinati, con una scrittura frammentaria – la fine delle utopie, il cinismo della ragione strumentale…

“La scrittura di Müller tende a scarnificare il superfluo per giungere al nucleo delle questioni. Tutto ciò che ha ispirato quest’opera è ben noto: i fatti degli anni ’50, Budapest, l’eliminazione fisica di un politico scomodo, la riabilitazione nell’ambito dello stesso comunismo di questo personaggio va a coincidere con la storia di Amleto e da lì parte la speculazione dell’Autore prendendo come pretesto la tragedia shakespeariana. Il mio modo di lavorare con l’attore, in questo caso Rino Di Martino, è un procedere legato alla costruzione di azioni fisiche indipendenti dal testo, usato come trampolino per costruire una partitura fisica sulla quale adagiarlo. Il performer è fedele alla sua partitura godendo di grande libertà, mettendo in campo l’anima. Questo crea una partecipazione attiva dello spettatore. Alla fine dello spettacolo ognuno parla di uno spettacolo diverso, e questo mi fa molto piacere. Più che di regia parlerei di direzione: il lavoro con Rino è stato molto intimo, risvegliando/amplificando un nucleo dormiente per portarlo alla durata di 50 minuti di spettacolo, un impulso che prende corpo fino a rilevarsi attraverso le microazioni con un’azione generale complessa”.

L’impulso più profondo di Müller era quello di scarnificare la realtà per mostrarne lo scheletro, le catastrofi storiche e individuali, alla ricerca dei complessi nessi causali dietro l’apparenza di una storia lineare. L’autore trasforma i suoi attori in vittime, in pupazzi di una vita devastata dalla barbarie. Un’impostazione che ha fatto scuola.

“La grandezza di Müller sta in questa scrittura così penetrante, tesa a debellare gli orpelli, andando al fondo delle questioni, alla parte più sanguinolenta e autentica che rivela una verità, quella dell’uomo, legata agli impulsi. Il drammaturgo tedesco è stato uno dei più profondi conoscitori del lavoro dell’attore, al di là del suo impegno di scrittore. Qui bisogna esporsi senza volersi accattivare il pubblico, anzi, nei momenti più alti il pubblico diventa testimone, il performer diventa un attuante. Un rapporto sottile fatto di relazioni scomode tra attuante e testimone rende l’idea del principio di questa scrittura: far penetrare la parte non espressa. Vi si legge anche un grande fallimento di ideali spacciati come validi. Anche il comunismo, nella sua degenerazione passa attraverso Stalin, ma i principi scritti erano tutt’altro che sbagliati. Non siamo qui per raccontare questa storia ma per relazionarci. In questa relazione l’archetipo passa come un elemento quasi platonico che però lascia spazio alla visione di mettere in campo la costruzione di un processo drammaturgico da parte dello spettatore. È lui che fa un montaggio, stimolato dal performer completando ciò che manca. Se si scarnifica andiamo al nucleo, nella sensazione, non agiamo più con la volontà di trovare una logica nelle cose. Tutto è agito come in un sogno – questa è la caratteristica di Hamletmachine. Non ha una linearità di base ma nemmeno nella volontà della regia né nel rapporto tra regista e performer. Il rapporto così sincopato con la scena ci ha portati nell’ambito del sogno: è questo l’incontro che abbiamo avuto con Müller”.

Ha immaginato il testo in cinque quadri con un’inversione continua di ruoli. La ricca lingua è inframmezzata da neologismi e intrusioni dialettali.

“La scansione in quadri la si avverte più nella scrittura che nella riscrittura scenica dove è reso tutto molto organico. Ci sono ombre, buio e cambi di luce, interventi sonori che scandiscono questo procedere ma lo spettatore non se ne accorge perché lo spettacolo è estremamente organico. Le intrusioni dialettali ci sono soprattutto a livello della musica: c’è una tammurriata, elemento non nostalgico o oleografico ma dotato di una forte coincidenza con quella scarnificazione di cui dicevamo. Rino parla tante lingue: spagnolo, francese, tedesco, cinese, una babele. Quando lo spettacolo sarà all’estero cambieremo qualche frammento per rendere omaggio al Paese che ci ospiterà”.

Il regista Sergio-Sivori

Il teatro è quello che stimola sempre nuove domande. Come considerare quest’epoca e come la leggerebbe il drammaturgo che ha denunciato la menzogna, le derive della razionalità moderna che ha portato alle catastrofi del ‘900?

“Il teatro è lì per porre domande. Non amo il teatro spacciato per un certo impegno, troppo facile. Stare lì a fare comizi, con la platea già concorde è un po’ come porsi su un piedistallo pretendendo di possedere la conoscenza e di trasmetterla: da folli. Porre domande è molto difficile perché rende libero lo spettatore. L’importante in teatro è la relazione che deve essere fruttuosa, non sapendo che cosa sortirà, non avere certezze e ciò accade soltanto quando si è autentici. Come crearla è la cosa fondamentale. Importante è invece stabilire un rapporto elisabettiano col pubblico, lasciandolo libero di essere discorde. Questo è difficile da accettare perché spesso si va a teatro a vedere delle cose che col teatro hanno poco a che vedere perché sono di intrattenimento”.

Lei è tra i protagonisti di un film che si gira a Napoli: può anticipare qualche notizia in merito?

“Il film, è scritto, diretto e con Angelo Orlando, che si avvale di un nutrito gruppo di attori e di una partecipazione spagnola, sarà interamente girato a Napoli. Racconta la storia di un gruppo di attori comici che mettono in scena un testo che parla di attori che mettono in scena un testo, una specie di scatola cinese per raccontare la vita dell’attore”.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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