Il “Diamante nero” di Céline Sciamma

Il “Diamante nero” di Céline Sciamma

La 71esima edizione del Festival di Berlino ha avuto luogo dal 1 al 5 marzo 2021, in un’inedita veste interamente digitale. Una manifestazione più contenuta del solito, che ha presentato, in un momento pessimo per il cinema, una selezione di film di grandi autori, riuscendo peraltro ad attingere da realtà cinematografiche geograficamente varie. L’unico rappresentante dell’Italia, Pietro Marcello, ha portato fuori dalla competizione ufficiale un documentario su Dalla, intitolato “Per Lucio”.

In concorso invece è stata presentata la nuova opera di una regista che negli ultimi anni si è imposta a livello internazionale con il suo cinema moderno e fortemente femminista, Céline Sciamma. A Berlino ha portato “Petite maman”, una favola che racconta in maniera innovativa il rapporto madre-figlia. Data la circostanza, e nell’attesa di vedere (magari al cinema) la sua ultima opera, è il momento per scoprire i film di una regista che senza dubbio verrà ricordata a lungo. Ed è forse il caso di farlo vedendo non la sua ultima e più celebrata pellicola, lo splendido “Ritratto della giovane in fiamme”, ma quella subito precedente, “Diamante nero”.

Marième è una sedicenne che vive con la madre, le due sorelle e il fratello nella povera periferia di Parigi. Bocciata a più riprese, viene costretta dall’insegnante a seguire lezioni di recupero, ma lei si rifiuta e abbandona la scuola. Trova dunque tre amiche con cui condivide le giornate, passate tra piccoli furti a coetanei, scatenati balli insieme e risse con ragazze di altri quartieri. Nella crescita di Marième trova anche posto l’amore per Ismael, ragazzo con cui comincerà una relazione. Anche a causa di questo, però, il suo violento fratello la picchierà, costringendola a lasciare la casa e a guadagnarsi da vivere spacciando.

Il film è fortemente politico, benché si potrebbe obiettare che ogni film lo è. “Diamante nero” è però un oggetto particolare, capace di dire ciò che vuole senza retorica o presunzione. Il cast è composto in maggioranza da giovani attrici nere non professioniste, selezionate dalla Sciamma con l’intento di rappresentare quel mondo di periferia con fedeltà.

Céline Sciamma

La protagonista e le sue tre amiche sono interpretate in maniera eccellente e donano alla pellicola una grande spontaneità: vedendo il film si ha l’impressione, rarissima, di trovarsi di fronte alla vita vera, colta nel suo farsi, nella sua miseria e nel suo splendore. Merito anche della sceneggiatura, che per i primi due atti (se di atti si può parlare, in un film che non utilizza un ritmo narrativo convenzionale) tratteggia episodi non strettamente legati, intervallati da veri e propri videoclip, in cui delle canzoni pop fanno da sfondo ai balli delle ragazze. È proprio nei primi due atti, inoltre, che i forti temi sociali e femministi del film vengono fuori in maniera naturale, come riflessione spontanea dello spettatore di fronte a ciò che vede.

Nell’ultima parte invece, quando Marième lascia la sua casa e tenta di vivere in un mondo di uomini da uomo, tagliandosi i capelli e coprendosi il seno, il messaggio scavalca la narrazione e appesantisce la pellicola. Tutto ritorna al suo posto nel bellissimo e, questo sì, convenzionale finale, che suggella il percorso di crescita di Marième, illuminando di nuovo un film oscurato dai pessimi uomini rappresentati nell’ultima parte.

La regia della Sciamma è sapiente e misurata e sembra produrre il film insieme alle sue protagoniste, che ama profondamente, invece che ponendosi al di sopra di loro.

Un piccolo gioiello da recuperare per chiunque voglia conoscere il lavoro di una delle migliori registe europee. Il film è disponibile su Prime Video.

                                                                                                                                    Angelo Matteo

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