Il teatro è come la vita

Fausto Paravidino in una scena

“Il teatro è come la vita”, dice Fausto Paravidino in scena alla Galleria Toledo di Napoli da giovedì 28 a domenica con Il diario di Maria Pia, da lui scritto,  diretto e interpretato (con Iris Fusetti e Monica Samassa). La storia è vera: il racconto dell’ultimo mese di vita della mamma Maria Pia Cristofolini, malata di cancro a soli sessant’anni, che non vorrebbe morire ma, non potendo scegliere, cerca di farlo meglio che può.

Parliamo dello spettacolo.

“E’ la rappresentazione di uno dei tre forti tabù che ci condizionano: la paura della morte. Raccontiamo una fase straordinaria della vita, forse la più spaventosa, ma con una prospettiva diversa, che oltre a commuoverci sa anche farci sorridere molto. E una commedia per tre attori che interpretano più personaggi. C’è un gioco teatrale che interagisce con la rappresentazione oscena del nulla e del biografismo. Quello che cerchiamo di portare in scena è una festa del teatro e una sfida alla recitazione. Arriviamo a qualcosa di molto vicino al nulla, ma che invece è pieno di contenuti. Trovare quel pieno, senza trucchi, è un esercizio teatrale difficile, è una grossa scommessa, è il senso dello spettacolo.”

Che ambientazione ha creato?

“Un luogo che cambia, è il teatro dove gli attori parlano con il pubblico, poi diventa ospedale, casa. Non c’è continuità d’azione. La scenografia è formata da una pedana, uno spazio dentro lo spazio, e ci sono due schermi. Ho inserito la musica, pezzi originali, alcune citazioni classiche riconoscibili da Mozart a Shostakovic. E’ un percorso metateatrale che va al di là della storia: parte dalla persona, dai costumi e arriva al primo piano”.

Secondo lei, quanto è terapeutico il teatro?

“E’ come la vita. Non fa scelte di stile, non ama l’aggettivo: il comico, il drammatico. Noi siamo abituati a queste definizioni, ma la vita non è così, può far ridere o piangere di fronte alla stessa cosa. Mi piace la  tragedia che consente di passare dalla comicità al patetico e viceversa”.

Come autore, infatti, lei s’ispira molto alla realtà.

“Sì, per poi trasfigurarla, perché è l’unica cosa che davvero esiste”.

I suoi testi funzionano sempre, da “Trinciapollo” a i “2 fratelli” (Premio Tondelli e Ubu) a “Genova 01” (premio Ubu), a “La malattia della Famiglia M” (Premio Candoni Arta Terme), al film su suo padre (Premio Imaie), per citarne alcuni.

“Non credo di avere il dono dell’invenzione, al massimo ho quello della sintesi. E’ chiaro che più conosco la cosa di cui parlo più sono in grado di scriverla bene. Non m’interessa parlare della mia vita, come in questo caso, ma rendere universale l’argomento, perché gli altri possano riconoscervisi. Penso che raccontare storie in maniera non volgare possa funzionare”.

Quali sono le reazioni del pubblico a questo spettacolo?

“Differenti. Se vince il tabù, può capitare che la gente se ne vada, ma di solito prevalgono l’empatia e la curiosità. Non vogliamo far paura a nessuno e nemmeno proporre del cattivo catechismo”.

Quanto può il teatro per la crescita umana?

“Tutto dipende dall’importanza che la società gli dà, se gli riconosce ancora il ruolo di rito collettivo, come avveniva nell’antica Grecia o in Inghilterra. La televisione ci ha abituati ad altri linguaggi: non si parla più alla Polis, ma alla famiglia. Però, quando una pièce ha qualcosa dentro, allora diventa un evento forte”.

Radio, tv, cinema, teatro. Che cosa preferisce?

“Mi piace portare il teatro fuori dal teatro. Poi amo il cinema, che però è tanto difficile da fare”.

Altri progetti?

“Con il Valle occupato stiamo lavorando a un laboratorio di scrittura per farne un progetto continuativo”.

 

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