La Cupa: un’ esperienza spiazzante

La Cupa: un’ esperienza spiazzante

E’ un’ esperienza spiazzante assistere alla messinscena di La Cupa di Mimmo Borrelli, rappresentata in ultima replica al Teatro San Ferdinando di Napoli prima della chiusura dei teatri a marzo 2020.

Un racconto difficile da comprendere subito, ma che travolge e fa precipitare lo spettatore in un girone infernale fatto di grovigli di corpi, di voci, di suoni che riportano a una dimensione ancestrale, primitiva. Un coinvolgimento reso più forte dalla disposizione delle poltrone ai lati di un lungo corridoio che attraversa la sala, in cui avviene la rappresentazione, con gli attori vicinissimi, di cui si avverte la ribollente presenza fisica e la forza delle voci.

C’è una potenza di narrazione, una complessità di riferimenti da cui si viene sopraffatti.   La difficoltà di capire la lingua, il dialetto bacolese, è compensata dalla forza e dalla sonorità della parola, dal timbro del linguaggio da cui il pubblico sembra inghiottito.

Il lavoro molto acclamato di Borrelli, come sempre non è uno spettacolo qualsiasi, è la messa in scena di un poema di 15mila versi in cui è presente quasi tutta la storia del teatro, da quello greco con i cori, a quello dei pupi siciliani con le pose a volte rigide dei personaggi, al riferimento più moderno, ai costumi e alla gestualità dei personaggi della filmografia giapponese e di fantascienza. Tutto ciò rende coltissimo, composito e molto moderno il linguaggio di Mimmo Borrelli autore, regista e protagonista.

Una scena

Bravissima tutta la compagnia, estremamente affiatata, che dà il meglio di sè in tre ore di fatica estenuante. Accanto allo stesso Borrelli, ne sono interpreti Maurizio Azzurro, Dario Barbato, Gaetano Colella, Veronica D’Elia, Renato De Simone, Gennaro Di Colandrea, Paolo Fabozzo, Marianna Fontana, Enzo Gaito, Geremia Longobardo, Stefano Miglio, Roberta Misticone.

Di grande potenza evocativa la scenografia di Luigi Ferrigno, un luogo senza coordinate dove protagonista è una sfera, un masso rotolante, un incubo in cui si trascina la vita di tutti; il disegno luci di Cesare Accetta, i costumi di Enzo Pirozzi. L’azione è esaltata e legata dal suono di una musica molto straniante (composta e eseguita dal vivo da Antonio Della Ragione), che fa ricorso a strumenti e linguaggi che appartengono a civiltà diversificate, creando sonorità che esaltano e raccordano i momenti della drammaturgia. Si rimane annientati nella vertigine di amori, di abbandoni, di miserie, di violenze in quest’opera d’arte totale: sostanza barbarica di cui è fatto il testo e forse la vita.

Marisa Festa

 

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