L’amore (mancato) prima della tragedia

L’amore (mancato) prima della tragedia

Sulla giovinezza di Adolf Hitler è stato scritto tanto e si conoscono molti aspetti, dalla passione per la pittura alle ristrettezze economiche, dal rifiuto dell’Accademia all’arruolamento nell’esercito tedesco. Non molti conoscono però una vicenda importante dei suoi anni viennesi precedenti lo scoppio della Prima Guerra Mondiale, che avrebbe potuto forse imprimere un corso diverso alla sua vita, e magari alle sorti di un intero continente.

L’amicizia col giovane Gustav Kubizek, coinquilino di una fredda e umida casa affittata da una signora cecoslovacca e antisemita, è al centro infatti della drammaturgia “Adolf prima di Hitler”, scritta da Antonio Mocciola e portata in scena dall’attore e regista Diego Sommaripa al Teatro Elicantropo, nonché presentata da Gabbianella Club e Resistenza Teatro fino a domenica 7 novembre. Una stamberga sporca e squallida, ridotta all’essenziale sul palco, con le cornici vuote dei disegni e dei progetti mai apprezzati in Accademia e mai realizzati poi dal giovane Hitler (ma che un giorno sarebbero stati affidati al suo architetto Albert Speer): quadri vuoti come l’anima del futuro dittatore tedesco, illuminati dalla debole luce di una stufetta alimentata a cherosene. Qualche sgabello su cui riporre panni e sistemare le scarpe di Gustav che fa troppo rumore in casa per il giovane artista incompreso, quasi un sinistro presagio del rituale macabro riservato agli internati dei campi di concentramento (le foto dei panni ammassati e delle scarpe provenienti dai lager nazisti sono diventati ormai un simbolo della Shoah).

Una scena

Al Teatro Elicantropo di Napoli il bravo Sommaripa mette in scena con un minimalismo potente, preciso e affilato il testo liberamente tratto dalla biografia “Il giovane Hitler che conobbi” dello stesso Kubizek e ben scritto da Mocciola, già reduce dal progetto fotografico “Vittime di Dio” al PAN per la mostra sulla blasfemia a settembre scorso e dallo spettacolo “Stoccolma”, che nel titolo rievoca la classica sindrome. A suo modo Kubizec, interpretato da Francesco Barra, è un’altra vittima, stavolta del sadismo morboso del giovane Adolf – già allucinato nei suoi primi deliri verbali sulle razze e sui popoli dell’Impero Asburgico -, che instaura un rapporto insano e squilibrato con l’amico e compagno di stanza, ai limiti della prigionia psicologica e della sottomissione per certi versi. A dare voce e corpo al futuro Fuhrer ci pensa invece Vincenzo Coppola, che restituisce anche nelle pause e nei silenzi in scena l’inquietudine tipica di una figura come quella di Hitler. Corpi maschili nudi o seminudi, spogliati con prepotenza come sarebbero stati poi quelli delle vittime del totalitarismo tedesco nei campi, piccole rivelazioni e un amore omoerotico non corrisposto: l’opera di Mocciola esplora la carne viva dell’esistenza, la viviseziona quasi e con la regia di Sommaripa squarcia il velo dell’indicibile.

Studente al Conservatorio e figlio di un tappezziere, Kubizek sarebbe poi diventato direttore d’orchestra e avrebbe incontrato nuovamente l’ormai cancelliere del Terzo Reich a distanza di tempo in un albergo, parlandoci per più di un’ora. Non sappiamo cosa sarebbe accaduto se Adolf avesse ricambiato i sentimenti dell’amico o se la vecchia proprietaria slava (interpretata dall’ottima Gabriella Cerino) fosse stata più gentile e meno sprezzante con il futuro padrone della Germania: se lo chiedono entrambi alla fine e forse anche lo spettatore in sala, mentre in mezzo a loro lo scomparso Adolf sale su uno sgabello facendo il saluto romano, preludio a quell’ascesa al potere che avrebbe insanguinato mezza Europa.

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