L’atteso The French Dispatch

L’atteso The French Dispatch

Sono ormai anni che il nuovo film di Wes Anderson è un evento, aspettato dai fan di tutto il mondo con ansia per il suo stile unico e originale. Era quindi atteso a maggior ragione “The French Dispatch of the Liberty, Kansas Evening Sun”, commercializzato semplicemente come The French Dispatch, che era programmato per luglio 2020 ma che è stato poi posticipato a causa del Covid. Dopo essere stato presentato in concorso a Cannes, ha trovato finalmente la via della sala e in Italia, anche grazie a un forte passaparola sta riscuotendo un buon successo.

È molto complesso parlare della trama di “The French Dispatch”: il film parla di un giornale diretto da Arthur Howitzer Jr. (Bill Murray) che copre la cronaca di Ennui-sur-Blasè, piccola cittadina francese. Howitzer è innamorato dei suoi scrittori, a cui lascia libertà e di cui segue con passione il processo di scrittura. E il film è in effetti l’adattamento visivo di un immaginario numero del giornale, in cui a una breve introduzione dedicata ad Ennui-sur-Blasè, seguono tre storie, tre episodi dedicati a un pittore detenuto (Benicio del Toro) e alla sua musa (Léa Seydoux), a un giovane rivoluzionario intellettuale (Timothée Chalamet) e alla giornalista che lo aiuta nella scrittura del suo manifesto di intenti (Frances McDormand), e infine al rapimento del figlio di un commissario di polizia e alla risoluzione del problema per mano del leggendario chef Nescaffier (Stephen Park).

La locandina del film

Com’è evidente le storie sono più che eterogenee, il registro cambia continuamente e così fa la tecnica visiva usata per raccontare: si passa dal colore al bianco al nero, dalle riprese dal vivo all’animazione con fluidità e si è risucchiati dal vortice delle immagini e dei dialoghi continui. Il film di Wes Anderson prolunga la lista di testimonianze dell’ossessione visuale del suo autore, dando un’ulteriore carrellata di inquadrature perfettamente simmetriche, giocosamente e maniacalmente ordinate, offrendo allo spettatore una vista straordinaria nella mente del suo autore.

In questo è aiutato dal suo direttore della fotografia Robert Yeoman, perfetta spalla. Anche le storie però sono molto riuscite e probabilmente sono la ragione del passaparola di cui questo film sta godendo: “The French Dispatch” è non solo un film d’autore, che prosegue un discorso già cominciato nelle altre opere di Anderson, ma un film bello in quanto opera d’intrattenimento, piacevole e godibile in pieno anche per lo spettatore a cui il discorso autoriale di cui sopra non interessa affatto. Se qualcuno va al cinema per l’infinita lista di star di cui il cast di questo film è composto, dunque, probabilmente ne uscirà soddisfatto, per la pellicola vista più che per questo o quell’attore. Potrebbe sembrare un risultato minore, soprattutto nell’ottica di un oggetto artistico, certo non primariamente interessato al riscontro del pubblico, ma che testimonia la possibilità di creare opere non solamente autoriali o solamente commerciali, che portino al cinema una platea variegata e eterogenea.

“The French Dispatch” è un’opera straordinaria e merita assolutamente una visione in sala.

 

                                                                                                                                                       Angelo Matteo

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