L’ingiusta sorte di “La volpe a tre zampe”

L’ingiusta sorte di “La volpe a tre zampe”

Novembre 2008. Al Giffoni Australia film festival viene presentato “La volpe a tre zampe”, film del 2003 diretto da Sandro Dionisio. La partecipazione a quest’evento è solo una tappa di un percorso festivaliero cominciato appunto nel 2003, che vede la pellicola spesso protagonista. Al successo critico però, non segue un successo commerciale; di fatto ad oggi, nel 2021, “La volpe a tre zampe” non ha ancora trovato una distribuzione. Per chi ha visto il film, questa sorte è ai limiti dell’assurdo.

La trama è molto semplice: nel 1956 Vittorio, undicenne figlio di un napoletano e una tedesca vive in un campo di sfollati. Bambino sognatore e ingenuo, si innamora dell’attrice Susan Hayward, che crede di riconoscere nella moglie di un generale della base NATO. Il racconto della formazione di Vittorio, dunque, è incorniciato da un gran numero di figure di adulti, tutti alle prese con i loro problemi e le loro mancanze, che Vittorio non giudica mai, ma che lo accompagnano nel percorso di crescita che lo porterà all’addio di Ruth (la donna che egli crede Susan Hayward).

Miranda Otto

Il film, opera prima di Sandro Dionisio, è tratto dal romanzo omonimo di Francesco Costa. Si avvale di professionisti di primo livello e di un cast di respiro internazionale: oltre all’ottima regia, risalta la fotografia di Cesare Accetta, la scenografia di Giancarlo Muselli (vincitore di un David di Donatello nel 2015 per “Il giovane favoloso”) e anche la bellissima colonna sonora di Giuliano Taviani. Tra gli attori, a interpreti napoletani (tra i quali è doveroso citare almeno Aldo Bufi Landi, straordinario nel ruolo di Pietro Formicola) si alternano grandi nomi stranieri, come Nadja Uhl, che all’epoca del film era da poco reduce dalla vittoria dell’Orso d’argento come miglior attrice a Berlino e Miranda Otto, interprete australiana che ha lavorato, tra le altre cose, nella trilogia de “Il signore degli anelli” di Peter Jackson.

Due sono i mezzi che il regista usa per lasciare il film in un’aria sospesa, tra il sogno e il reale: lo sguardo di Vittorio e l’alternanza tra la cruda realtà del campo di sfollati e l’atmosfera della base NATO. Tutto ciò che si vede nella storia è mediato dal protagonista, e sono molte le scene in cui lo spettatore scopre insieme allo sguardo di Vittorio un evento del film; è incredibile come per tutto il corso della pellicola il regista dia gli strumenti per comprendere con chiarezza ogni più piccolo snodo di trama e allo stesso tempo non cessi mai la sensazione di star vedendo attraverso gli occhi di un bambino.

Come in ogni fiaba, poi, c’è un netto stacco tra la quotidianità dura e sporca e il luogo che il protagonista sogna di raggiungere: in questo film, la prima corrisponde al campo di sfollati, la cui descrizione è stata influenzata dal cinema neorealista, e il secondo alla base NATO, raccontata attraverso gli stilemi della Hollywood classica. La pellicola, tanto brillante quanto leggera e fruibile, avrebbe meritato (ma merita tuttora) miglior sorte.

 

                                                                                                                                                     Angelo Matteo

(Nella foto Aldo Bufi Landi con il piccolo Alberto Nolano)

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