Lo Hobbit: fine di una saga

Lo Hobbit: fine di una saga

Una scena del film

Una scena del film

Giunti al terzo capitolo della seconda trilogia sulla Terra di Mezzo e al sesto film dell’intera saga tratta dai romanzi di Tolkien, con Lo Hobbit – La Battaglia delle Cinque Armate salutiamo definitivamente una cavalcata cinematografica iniziata 14 anni fa grazie al genio e all’audacia di Peter Jackson, regista neozelandese semisconosciuto balzato agli onori degli Oscar e dell’immaginario collettivo di un intero lustro. Si concludono infatti il viaggio e le avventure di Bilbo Baggins, il piccolo hobbit della Contea futuro zio di Frodo, cui il professor Tolkien dedicò un solo libro prima di immergersi nella redazione del suo capolavoro “Il Signore degli Anelli”, un universo fantastico che ha prima affascinato i lettori del ‘900 per poi farsi immagine in movimento davanti agli occhi degli spettatori del XXI secolo.

Letteratura che si fa cinema ma soprattutto cinema che diventa fantasy d’autore: così potrebbe definirsi l’esperienza tolkeniana trasposta sul grande schermo da Peter Jackson e dalle sue sceneggiatrici Fran Walsh e Philippa Boyens, cui si è aggiunto per “Lo Hobbit” anche il regista messicano Guillermo del Toro. Se negli anni ’70, “Guerre Stellari” di George Lucas (altra saga cui viene spesso paragonata quella degli hobbit e degli anelli) riflettevano lo spirito di contrapposizione figlio della guerra fredda tra i due blocchi, si potrebbe dire che per i film di Jackson invece l’aggancio all’attualità risiede nello scontro contemporaneo di civiltà tra l’Occidente e l’Islam fondamentalista e integralista dei vari Isis, Al Quaeda e califfati spuntati in Medio Oriente, come suggerito dalla lotta intrapresa contro le armate degli orchi violenti che cercano di tenere in ostaggio Nani, Elfi e Uomini, le tre razze protagoniste.

Il manifesto

Il manifesto

Tolkien non diede grande risalto nel libro allo scontro, e nemmeno nelle Appendici che tanta parte hanno avuto in questi ultimi tre film, eppure si è scelto di darne importanza per l’epica conclusione di quest’avventura. Sconfitto il drago Smaug sulla città in fiamme di Laketown, i nostri eroi dovranno vedersela copeetina Hobbitnuovamente coi servi dell’Oscuro Signore Sauron pronti a minacciare Erebor, il regno scavato sotto la montagna riconquistato dai nani. Tra villaggi dal profilo fiammingo e città dalle architetture romaniche, passando per labirinti sotterranei alla Escher, la storia si dipana fino alla vittoria finale e al ritorno di Bilbo nella sua terra natia dove tutti lo credono ormai morto e disperso, intenti come sono a portar via le sue cose dal “buco hobbit”, la casa sottocolle descritta dalla penna sagace di Tolkien. La spettacolarità del 3D, un ritmo incalzante e avvincente, sostenuti dalle musiche tonanti anche se onnipresenti di Howard Shore, riescono a far passare più di due ore in sala senza guardare troppo l’orologio, così come è puro piacere visivo ritrovare quel tocco preraffaellita alla Dante Gabriele Rossetti nelle diafane dame elfiche protagoniste di una storia senza tempo e senza età.

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