Lucia di Lammermoor, un trionfo

Lucia di Lammermoor, un trionfo

Grazia Schiavo/Lucia (foto Sgueglia)

 

Alla prima, ovazioni per Maria Grazia Schiavo, impareggiabile Lucia di Lammermoor; alle repliche, ancora interminabili applausi per il soprano e per tutto il cast dell’opera donizettiana. Composta da Gaetano Donizetti per il Teatro San Carlo di Napoli, dove debuttò il 26 settembre 1835, con libretto di Salvadore Cammarano, tratto dal dramma di Walter Scott “The bride of Lammermoor”, è un gran cimento vocale e interpretativo che coinvolge completamente lo spettatore. Capolavoro del melodramma romantico, è costruita sullo schema classico di soprano e tenore che si amano osteggiasti dal baritono. Il compositore bergamasco costruisce tuttavia un’opera che va oltre la tradizione, capace di grandi voli, di intensa ricerca timbrica e interpretazione per le voci che cantano tante sfumature di carattere: Lucia, soprano drammatico di agilità, rende alla perfezione la forza, l’amore profondo, la fragilità, l’uscita di senno, unica fuga possibile ad una vita infelice scritta per lei da altri. La versione andata in scena e appena conclusa al Lirico si avvale della regia di Gianni Amelio (del 2012), ripresa da Michele Sorrentino Mangini.

Sul podio, Stefano Ranzani. Firma le incantevoli scene Nicola Rubertelli, i costumi Maurizio Millenotti (ripresi da Tiziano Musetti), le luci Pasquale Mari (riprese da Fiammetta Baldiserri). Questa ripresa della Lucia è quella che Donizetti ha scritto e autografato con l’impiego della glass harmonica egregiamente suonata da Philipp Marguerre/Sascha Reckert per sottolineare/esaltare la famosa “scena della pazzia”. “Regnava nel silenzio” consente alla Schiavo di mostrare la propria grazia e la duttile voce, capace di potenza e di delicatezza; “Verranno a te sull’aure i miei sospiri ardenti”, duetto amoroso che chiude il primo atto e “Ardon gli incensi”, con la voce appena udibile, un sospiro e prova di grande maestria, sono momenti di grande impatto emotivo, un piacere per l’ascolto.

Maria Callas al Teatro di San Carlo nel 1956

Intensi, perfettamente in parte anche Saimir Pirgu, nel ruolo del puro Edgardo, dalla splendida voce e Claudio Sgura, eccellente baritono, nel ruolo di Lord Ashton – grande padronanza tecnica per i protagonisti e per l’intero cast, che mostra ottima interpretazione teatrale. Plauso va anche a Tonia Langella (Alisa), Riccardo Zanellato (Bidenbend), Giuseppe Tommaso (Arturo), Francesco Pittari (Normanno), all’ottimo

Una scena

Coro diretto da Marco Faelli e all’Orchestra. Ranzani dirige con maestria assoluta e passione l’intensa opera che si conclude nel cimitero di Ravenswood, con Edgardo che si trafigge con un pugnale avendo perduto, con Lucia, la propria ragione di vita. Col il sapiente taglio di luci sembra di vedere anche un momento cinematografico nella magnifica regia di Amelio che aveva già diretto Pagliacci e Il tabarro. Per il regista la regia viene alla fine: protagonista assoluta è la musica, con la lettura che ne dà il direttore e le esigenze dei cantanti.

Un grande, meritato successo per un’opera restituita con tutta l’anima.

 

 

 

 

 

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