My Lord! Shakespeare

My Lord! Shakespeare

La quarta settimana del Teatro di cortile a Palazzo Firrao a Napoli, rassegna a cura del Teatro Pubblico Campano, si è accesa di passioni forti, tra sussurri e grida tipici delle opere del Bardo. Le tragedie di Shakespeare rilette dalla Compagnia The Hats interamente in inglese – salvo rare incursioni italiane e napoletane – sono state l’anima di Wrong play, my Lord!, lo spettacolo portato in scena da Arturo Muselli, Alessio Sica e Margherita Romeo, per la regia di Ludovica Rambelli, mercoledì 15 luglio scorso nello storico palazzo di via Santa Maria di Costantinopoli, a due passi dalle mura greche di Piazza Bellini. Il cuore antico di Napoli, che già batteva forte per il teatro più di mille anni prima del genio di Shakespeare, incontra otto personaggi dei capolavori senza tempo del massimo drammaturgo inglese, interpretati a turno dai tre attori . Se a molti è noto il nome di Muselli per la partecipazioni alle due stagioni di Gomorra la serie e al film di Amelio La tenerezza, quelli di Sica e della Romeo si sono rivelati una piacevole scoperta. Il grido di spavento di Muselli tra gli spettatori, con un accento britannico che vagamente ricorda quello dell’attore scozzese Ewan McGregor, è tutto per il fantasma che si aggira nella corte dell’antica dimora partenopea, e apre la messa in scena improntata a un registro ironico e ricco di pastiche linguistici.

I falsi amici, le famose parole che nella pronuncia suggeriscono tutt’altro significato, sono ostici al pari dei nemici del principe di Danimarca e non privi di esilaranti trovate, specialmente nel dialogo col fantasma interpretato poi dalla Romeo dietro le quinte e con l’ausilio solo di voce e gesti comici. Non mancano i riferimenti all’attualità come il saluto coi gomiti, imposto per evitare il contagio da coronavirus con le strette di mano, o l’uso compulsivo di soluzioni alcoliche disinfettanti sempre a portata di mano, e c’è persino spazio per il timore che il “governo chiuda di nuovo tutto, i teatri, gli spettacoli”.

Di sicuro, come promesso all’inizio dell’allestimento, il pubblico è tenuto scherzosamente in ostaggio “come i cittadini durante la quarantena”, consapevole della recitazione in lingua straniera come lo era delle autocertificazioni. Se si rispolvera Shakespeare, inevitabilmente riprende forma l’artificio del play within the play – l’opera all’interno dell’opera, – una poetica quasi dichiarata coi continui tentativi e le prove sperimentali dei tre protagonisti sul palcoscenico, a volte sicuri di sé e in altre goffamente e volutamente confusi: si passa infatti da Amleto a Iago, da Romeo a Giulietta, da Laerte a Otello, o da Ofelia a Desdemona nell’arco di una battuta.

Sperimentale è del resto l’intero impianto registico, originale e coraggioso al pari della compagnia teatrale che cerca di diffondere una rilettura moderna della tradizione shakespeariana, avvalendosi dell’inventiva, della creatività estemporanea e dell’improvvisazione dei suoi interpreti.

 

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