Natale sta arrivando

Natale sta arrivando

UN DONO AI LETTORI PER LE FESTIVITA’: UN RACCONTO INEDITO DI GIOCONDA MARINELLI

 

               Natale sta arrivando, ma che Natale sarà questo dell’anno 2020, soffocato e martoriato dalla pandemia?! Nell’approssimarsi delle festività, rileggo le pagine di Cieli di carta, di Maria Orsini Natale, dedicato ai presepi e ai pastori dell’infanzia dell’indimenticabile scrittrice “vesuviana”. Mi fanno compagnia i suoi pensieri quando rivolgo lo sguardo al fragile luminoso cielo stellato e alla meraviglia della Natività.

               “Mentre i grandi segavano, inchiodavano, appiccicavano, e nascevano rocce e precipizi, mentre con la ceralacca fermavano le figurine ognuna nel suo ruolo e al suo posto, ci tenevamo vicini, ghirlandelle trepide intorno a loro, torrentello garrulo che scorreva e s’impigliava nel secchio della colla, nello scaletto, le incastellature di legno, i sugheri e le piccole case di cartone. Ci tenevamo vicini ad aggiustare le zampe alle pecorelle, le ali degli angeli e l’aureola sbilenca alla Madonna… Ci tenevamo vicini”.

               Com’è bello quel tenersi vicino, il senso più vero della famiglia e del Natale che dovrebbe essere sempre fatato, stupefacente soprattutto per i bambini che con la loro innocenza sognano un mondo interamente buono, immaginano quel panciuto omone vestito di rosso, con la barba e i baffi bianchi, sorridente, incurvato dalla sacca di doni. Magari Babbo Natale, forse li deluderà anche, ma è l’attesa che li riempie di gioia. Desideriamo doni per noi o per tutti? Non siamo più bambini e neanche tanto buoni, ma speriamo sempre nella notte miracolosa e preghiamo accanto al presepe. Per me c’è sempre un Natale trascorso nel Molise. La magia del Natale, il suono delle zampogne, la luce delle fiaccole ci avvolgono insieme ai fiocchi di neve mentre auspichiamo il miracolo della vita. Una famiglia, la mia che ha sempre creduto nelle tradizioni e nella condivisione dei momenti di gioia. Guai a trascorrerli lontano.

Zampognari molisani

               E così è stato per tanto tempo, ogni anno con qualcuno in meno attorno alla tavola imbandita, decorata con l’agrifoglio e profumata di dolciumi dalle ricette segretissime delle donne di casa, come quella delle ostie, il tipico dolce agnonese. Era consuetudine riunirci in casa della nonna, per vivere gioiosamente i giorni di festa tutti insieme. Il profumo del miele, delle noci e delle mandorle tostate, del cioccolato, fusi insieme e mescolati per l’impasto delle ostie, era intenso e si spandeva in ogni stanza. Tutte le donne della famiglia partecipavano al rito della preparazione, seguendo le ricette segrete scritte su un quadernetto ormai consunto, tramandate di generazione in generazione, diverse in ogni famiglia per quantità o ingredienti. Una liturgia complessa che non aveva mai termine, bisognava ancora fare i mostaccioli, gli amaretti, i bastoncini, le pizzelle, gli uccelletti con la marmellata di amarene. Uova, farina, cacao, acqua e zucchero a bollire sul fuoco, cannella, trasformavano una comune cucina in pasticceria. Non era cosa per uomini, ma ogni tanto, attratti dal profumo, si affacciavano nel laboratorio delle signore per assaggiare i dolci appena sfornati. Nonna Gioconda ha passato il testimone a mia madre e da quando mamma Clara se ne è andata, la tradizione continua nelle mani di mia sorella Gabriella, che bontà sua, mi coinvolge, anche se faccio un po’ fatica a seguirla. Ed è sempre un bel faticare appassionatamente anche con le nostre figlie Laura e Renata e i nipotini Beatrice e Alfredo, Nicola, che con tanto di grembiulino e mani impiastricciate, si danno da fare.               

               Il tornare indietro particolarmente a quando eravamo bambini, ci stupisce ed ancora una volta si compie il miracolo. E non è sorprendente che riusciamo a far tornare il passato così vivo in noi in modo che colori il grigio del nostro presente?

                Il presepe, affermava Maria, la mia cara amica cantastorie, era “un riandare all’inizio del nostro tempo, così lontano nell’incommensurabilità delle ore e degli anni”.

               Costruire il presepe significava per lei, fissare insieme al sughero e al cartone la speranza e la tolleranza e penso che dipingere quel cielo di carta, le servisse per mostrare i colori del suo animo. Scriveva: “Mi fanno compagnia le figurine di argilla cotta modellata a mano con le faccine ispirate nel segno di una gioia e di uno stupore. I pastori e il presepe sono punti di riferimento, coordinate geografiche nella mappa della mia esistenza”. Quante domande anche sul Natale, le feci in quella lunga intervista del 2009, che intitolammo Il girasole della memoria.

               E l’albero di Natale?

               “Anche nella mia casa ormai si prepara, ma non appartiene alla nostra cultura, non alla mia…mi addolora lo scempio degli abeti, la loro lenta agonia addobbati di oro e argento mentre perdono aghi come pianto. Amo molto le piante, è un amore che mi è stato trasmesso per “geni”. Il primo albero di Natale della mia vita è stato quello che, dopo lo sbarco a Salerno nel settembre del ’43, hanno innalzato i soldati americani nel cortile della mia casa requisita”.

               Com’era il Natale della tua infanzia?

              “La vigilia aveva il profumo, la benedizione dell’incenso e di quella essenza di resina che lietamente raggiungeva ogni angolo della casa. Il menù di quella santa notte era consacrato nella devozione; le pietanze rispettavano il sacrificio, l’attesa religiosa di un evento, quando non si tocca la carne, tramite di spiriti maligni, impura nelle arcaiche credenze: spaghetti con fresco sugo di mare, broccoli, scarole, erbe amare, il cavolo dell’inverno dell’orto e il pesce si vestiva di sacro alloro nel sacrificio della brace”.

               E il Natale di oggi?

               “Rimbaud scrisse: “aspetto Dio con ghiottoneria”. Tralasciando il più alto significato della frase, penso che oggi questa festa rischi di essere solo meta di ghiottoneria e il resto è silenzio. Senza voler accusare nessuno, deve appartenere a ognuno di noi la recita del mea culpa. Ogni anno il consumismo inesorabilmente avanza…ogni anno il senso del Natale perde qualcosa. Con grave danno della messe di domani, di quelli che crescono e stanno a guardarci”.

               Ora, se ancora fosse tra noi, le chiederei: E il Natale di oggi, 25 dicembre 2020? Col suo sorriso luminoso, pieno di speranza e di amore, direbbe:               

Quanno nascette Ninno a Betlemme

ciurettero le pigne e ascette l’uva,

co’ tutto ch’era vierno nascettero

a migliare rose e sciure.

 

 

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