Opere seconde: Ermanno Olmi

Opere seconde: Ermanno Olmi

L’arte, e il cinema in particolare, ha la capacità di descrivere transazioni epocali attraverso minute azioni, emozioni enormi, strabordanti, attraverso piccoli gesti. L’opera seconda di Ermanno Olmi, “Il posto”, ne è un esempio. Il regista lombardo, dopo essere stato per anni impegnato nella produzione di cortometraggi e documentari, nel 1958 ebbe l’occasione di mettersi alla prova in un lungometraggio: ne venne fuori “Il tempo si è fermato”, opera di chiara ispirazione neorealista, che si avvaleva delle interpretazioni di attori non professionisti. L’opera successiva, appunto “Il posto” del 1961, segue la scia di questo esordio, dimostrando però una capacità di analisi superiore, oltre a una certa eleganza di regia, che gli varranno il Premio della critica alla Mostra del cinema di Venezia.

Domenico, ragazzo della provincia lombarda, partecipa a Milano a un colloquio di lavoro in una grande azienda mai nominata nella pellicola. Lì incontra Antonietta, sua coetanea, con cui condivide l’ansia della selezione: entrambi hanno la pressione delle loro famiglie, che vogliono vederli al più presto sistemati con il prezioso posto fisso. Entrambi verranno scelti, anche se in sezioni diverse, e non avranno più la possibilità di vedersi. Domenico spera di incontrarla almeno alla festa di Capodanno organizzata dall’azienda, ma lei non si presenta. Nell’epilogo del film, alla morte di un impiegato scatta la promozione di Domenico, che si vede assegnata una sua scrivania personale: ecco la scalata che lo aspetta, l’attesa che la scrivania subito davanti a lui finalmente si liberi.

Il manifesto del film “Il posto”

Anche in questa pellicola Olmi sceglie i protagonisti tra attori non professionisti, trovando in Sandro Panseri, giovane dal volto timido e malinconico, un Domenico perfetto. L’ispirazione neorealista è di nuovo evidente, e ciò che il regista tenta di esprimere lo è altrettanto: i contadini che furono, le cascine che tuttora abitano, sono relitti di un’epoca passata, che non ha avuto il tempo di modificarsi, ma solo quello di adattarsi. La casa di Domenico, in questo, è un esempio illuminante, che permette anche di sottolineare la delicatezza del tocco di Olmi: ridotta ormai a un dormitorio, a una parentesi tra i viaggi verso e da Milano, la casa che il protagonista abita perde il suo naturale valore, diventa un non-luogo, adatto al passato ma non più al presente. Questa transazione è così raccontata dal regista sottovoce, nella timidezza degli sguardi di Domenico, nell’attesa del tram che porta in provincia, in quei goffi gesti che descrivono un passaggio a dir poco epocale: lo spostamento (forzato) dalla campagna alla città.

 

                                                                                                                                   Angelo Matteo

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