Quando la città scotta. “Il grande caldo”

Quando la città scotta. “Il grande caldo”

di Alberto Tuzzi

Il sergente di polizia Bannion (Glenn Ford) indaga sul suicidio di un collega corrotto, al soldo della gang di Lagana (Alexander Scourby), ma la malavita, con una bomba destinata a lui, uccide sua moglie Katie (Jocelyn Brando). Sospeso dai suoi superiori, Bannion prosegue l’indagine contro la polizia corrotta e le connivenze di quest’ultima con la malavita, con l’aiuto di Debbie (Gloria Grahame), ex ragazza di Vince Stone (Lee Marvin), un gangster al servizio di Lagana.

Tra il poliziotto e la ragazza si instaura un fragile legame ed entrambi, inoltrandosi in un labirinto di menzogne e avidità, scoprono aspetti della loro personalità fino ad allora sconosciuti. Questa, in estrema sintesi, la trama de “Il grande caldo” (The Big Heat) che Fritz Lang dirige a Hollywood nel 1953, tratto, con la sceneggiatura di Sidney Boehm, dal romanzo “La città che scotta” di William P. McGivern; il titolo del film, tradotto alla lettera, è un’espressione gergale della malavita per indicare l’incremento dell’attività di polizia.

La locandina originale

Lo stile del film è modernissimo, secco e aggressivo e alla sua uscita fu giudicato troppo violento, anche se, per evitare di incorrere nei rigori della censura dell’epoca, sullo schermo non si mostrano omicidi e suicidi. Dominato da un’atmosfera cupa, ossessiva, la pellicola mostra lucidamente come il crimine organizzato, con le complicità del mondo politico, la corruzione della polizia e le connivenze di imprenditori e finanza, non sia un mondo separato ma un’atroce realtà, che condiziona la vita di tutti i cittadini e dell’intera nazione.

Straordinaria nel suo ruolo Gloria Grahame, con il volto “langhianamente” diviso in due: metà viso affascinante, metà viso deturpato dalle ustioni causate dal caffè tiratole addosso da Marvin. Ford è perfettamente a suo agio nei panni di Bannion, il poliziotto che, spinto dalla rabbia vendicativa, diventa violento come i criminali che combatte. Fritz Lang, uno dei primi autori che afferma con consapevolezza il ruolo creativo del regista come coordinatore di tutte le componenti finalizzate alla produzione filmica, con le sue opere attraversa da maestro la storia del cinema muto e sonoro in Europa e in America, con una complessità ed una profondità che impediscono di schedarlo con un’unica etichetta.

Glenn Ford in una scena del film

Come molti registi europei espatriati a Hollywood, in gran parte dopo l’avvento del nazismo, Lang fornisce un contributo fondamentale allo sviluppo del cinema USA, rielaborando per Hollywood non solo la sua vasta esperienza registica maturata in Germania, ma anche la sua formazione culturale, arricchita dai fermenti che attraversavano l’Europa tra le due guerre come, in particolare, l’interesse per la psicoanalisi. Lang, con “Il grande caldo”, grazie anche alla fotografia di Charles Lang, realizza una delle sue opere migliori, un classico del cinema noir, concentrato sui temi a lui cari: la colpevolezza universale e l’ambivalenza degli esseri umani (tutti potenziali assassini), nonché l’insistenza sui temi del destino, della casualità beffarda, dell’impossibilità di sfuggire a un passato soffocante.

 

 

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