“Red shoes”, simbolo della violenza di genere

“Red shoes”, simbolo della violenza di genere

Le rughe sul volto di Tacho, diminutivo di Eustacio, sono gli stessi solchi che percorrono la sua terra arsa dal sole nelle campagne del Messico settentrionale. Per questo anziano contadino, protagonista del film “Red Shoes – Zapatos Rojos”, la vita è stata dura e dolorosa, fino all’evento più tragico di tutti: la perdita della propria figlia. Il film di Carlos Kaiser Eichelmann, interpretato da Eustacio Ascacio, Natalia Solian, Phanie Molina, Jeorgina Tábora e Rosa Irine Herrera, diventa così un viaggio disperato nella capitale messicana per ritrovare il corpo della giovane all’obitorio e darle una degna sepoltura che, purtroppo, non avverrà mai. E soprattutto senza quelle scarpe rosse del titolo, che il vecchio Tacho voleva far indossare per un’ultima volta alla ragazza defunta: un elemento simbolico che rappresenta la lotta contro ogni tipo di abuso di genere e la denuncia contro la violenza sulle donne, nato anche dall’’installazione artistica di Elina Chauvet nel 2009, fatta di scarpe rosse esposta nelle strade, nelle piazze, nelle scuole, nei palazzi del potere, in risposta all’ondata di femminicidi di quel periodo in Messico.

Splendidamente fotografata da Serguei Saldivar Tanaca, tra i paesaggi liberi delle montagne del Nord del paese e le soffocanti strade della capitale federale, questa pellicola è stata presentata alla Mostra del Cinema di Venezia in concorso nella sezione Orizzonti Extra il 4 e 5 settembre. Il contrasto tra l’ambiente rurale e quello urbano, due mondi distanti, lontanissimi, è evidente fin da subito, e a fare da cesura contribuisce anche la visione delle mascherine chirurgiche e di quelle ffp2 indossate nelle stazioni, sui treni e sugli autobus cittadini, segno dell’attualità pandemica di questi ultimi due anni.

Il paesaggio del film “Red shoes”

Se il primo è luminoso e animato dalle consuete dinamiche provinciali e grette di paese, il secondo si rivela subito sfacciato e persino brutale, violento e senza stelle. Con la giovane prostituta che si offre a lui, letteralmente, e che poi finisce per aiutarlo nella giungla spietata di Città del Messico, Tacho condivide un passato doloroso e un desiderio di redenzione spirituale che tarda però ad arrivare.

Questa coproduzione italo-messicana, seppur lenta nel ritmo della narrazione, ha il pregio di raccontare mondi diversi, vibranti e bui, pronti a collidere, e il conflitto tra vecchie e nuove generazioni, tra padri e figlie.

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