Renato Scarpa, non solo Robertino

Renato Scarpa, non solo Robertino

Il potere dei grandi caratteristi consiste nel dare valore aggiunto a un film anche con la loro semplice presenza in scena, in un passaggio chiave e a supporto dei ruoli principali. Renato Scarpa possedeva senza dubbio questo potere speciale, considerando le numerose pellicole cui ha dato lustro già solo col suo personaggio di contorno.

Una su tutte è “Ricomincio da tre” con l’ineffabile Robertino, figlio mammone e un po’ troppo succube e complessato, ma di quel complesso d’Edipo che Massimo Troisi non esitava a definire “orchestra” alla fine del loro incontro esilarante, diventato un cult negli anni, nonché oggetto di parodie, citazioni e meme sul web. L’attore milanese ci ha lasciato il 30 dicembre scorso, giusto in tempo per accendere una stellina di Capodanno in cielo assieme al compianto Luciano De Crescenzo, con cui condivise l’esperienza sui set di “E così parlò Bellavista”, “32 dicembre” e “Il mistero di Bellavista”.

Indimenticabile la scena in cui il suo dott. Cazzaniga, trasferitosi a Napoli per lavoro, rimaneva bloccato in ascensore col professor Bellavista. Alla luce di due candele e attraverso la giusta conversazione, si veniva a scoprire che anche il lombardo rispondeva al profilo dell’uomo d’amore, secondo le classificazioni filosofiche del professor Bellavista. Uomo d’amore lo era davvero e sarebbe riduttivo relegare Scarpa al solo ruolo di Robertino, per quanto memorabile. Ha attraversato tutto il cinema italiano con una grazia e una dolcezza unica, confermata da una delle sue più recenti apparizioni televisive nell’anniversario della scomparsa di Troisi di qualche anno fa. In quella puntata di Linea Notte del TG3 ricordò l’aneddoto legato al suo coinvolgimento nel “Postino” di Michael Radford, fortemente voluto da Troisi: “In un film così mediterraneo un nordico come me avrebbe faticato a trovare spazio, eppure Massimo insistette a lungo per darmi la particina del comunista, ci teneva particolarmente”. In quell’occasione era visibilmente commosso, a riprova dell’uomo d’amore che era.

Lo volle anche Carlo Verdone in “Un sacco bello”.  Negli ultimi anni aveva fatto parte del cast del film “Diaz” di Vicari, sui fatti del G8 di Genova del 2001, e soprattutto di “Habemus Papam” di Nanni Moretti, col suo cardinale sospettoso e laconico, alle prese col conflitto tra religione e psicanalisi. Ci mancheranno la sua tenerezza e quella fragilità preziosa posseduta da ogni sua creatura del piccolo e grande schermo.

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