Seizeronove non è soltanto un numero

Seizeronove non è soltanto un numero

Ha come titolo un numero ma è scritto a lettere. Seizeronove è l’ultimo lavoro editoriale dello psichiatra Adolfo Ferraro. Riporta l’articolo del codice penale, che punisce il reato di stupro. Un argomento all’ordine del giorno, insieme con il femminicidio, che scatena e provoca orrore e proteste, dolore e vergogna.

Ma il volume di Ferraro (Homo Scrivens, 2020) non è un racconto di cronaca, né un saggio sull’argomento, bensì il risultato del laboratorio “Lupus in fabula”, promosso nel carcere di Secondigliano di Napoli con alcuni detenuti volontari colpevoli di tale reato.

Non per negare o giustificare, certo che no, lo spiega bene l’autore, ma per approfondire le dinamiche che portano una mente malata a violentare una donna, spesso la propria.

Raccolti in ciurma, i galeotti s’imbarcano sul bel galeone, che illustra la copertina del volume, pronti a salpare per il loro viaggio immaginario. Partendo dalla lettura del romanzo di Italo Calvino “Il visconte dimezzato”, Ferraro ha utilizzato i meccanismi della creatività, della riflessione, dello psicodramma e della scrittura, per dare vita a una storia, prima individuale poi comune. Ha portato i partecipanti volontari a riscrivere la vicenda, ma dal proprio punto di vista e dalla propria realtà.

La copertina del libro

L’aspetto incredibile delle creazioni, prima ancora delle elaborazioni verbali, è che i colpevoli immaginano il corpo non diviso in verticale, come il protagonista di Calvino, bensì in orizzontale, tagliato all’altezza dell’ombelico. Cosa non strana, si potrebbe dire, ma sintomatica della perversione che ha portato al delitto. “Il che indica – spiega il medico – la scissione profonda che si cela dietro gli atteggiamenti giustificanti e deresponsabilizzanti di ognuno, come a dividere il cervello e il cuore dall’istinto”.

Ispirandosi al racconto di Italo Calvino, e riscrivendolo a modo proprio, essi trasportano la propria parte di sopra a ricongiungersi alla parte di sotto, fino ad accorgersi che quella inferiore si è clandestinamente imbarcata sul galeone e quindi bisogna farci i conti

Quindi siamo tutti stronzi, ingenui e non siamo stati a sentire gli altri. – deduce uno dei galeotti a bordo – Se lo avessimo fatto probabilmente sarebbe diverso. Abbiamo avuto sentimenti sbagliati. Cè una grossa differenza – continua – con il camorrista che si fa cooptare per sparare nel gruppo e io stronzo che mi sono fatto abbindolare”.

Così comincia a pensare la ciurma, che va per un mare immaginario – spiega Adolfo Ferraro – e con la chiarezza che ci si trova sul galeone, perché da qualche parte si è sbagliato e per propria colpa, concetto per il momento diverso dall’essere colpevole”.

Già direttore dell’Ospedale psichiatrico di Aversa, Autore di numerose pubblicazioni scientifiche, docente di psichiatria forense e criminologia clinica, nonché appassionato di teatro, il noto psichiatra affida ancora una volta il viaggio alle parole spontanee di chi si lascia coinvolgere impegnandosi nel mondo malato nel quale è costretto a vivere.

Insomma un libro che abbraccia diversi aspetti della scrittura e del tema, partendo dalla narrativa per soffermarsi sulla colpa. “Quando la letteratura diventa cura” è il sottotitolo dell’insolito volume, che certo non lascia indifferenti e che stimola a nuove discussioni.

Completano l’opera gli interventi critici di Giuliana Balbi, Marta Pia Daniele, Amalia Fanelli, Davide Iodice, Luigi Romano.

 

 

 

 

 

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