“Tromperie”, l’inganno dello scrittore

“Tromperie”, l’inganno dello scrittore

Gli scrittori, tutti ladri, egoisti e bugiardi: un luogo comune che, dopo la visione di “Tromperie” di Arnaud Desplechin, faticosamente si riuscirà a sfatare. Nel bel film dell’autore d’oltralpe, presente tra i titoli in mostra all’ultimo Festival di Cinema Francese in Italia, il Rendez Vous 2022 (edizione XII), lo scrittore ebreo americano Philip (interpretato dall’attore francese Denis Podalydès) porta avanti nella Londra del 1987 una relazione extraconiugale con l’amante inglese, la quale altri non è che Léa Seydoux.

La storia, tratta dal romanzo “Inganno” di Philip Roth e suddivisa in ideali capitoli, racconta i loro incontri rituali nello studio di lui, lo scambio di opinioni su vita, amore, sesso e antisemitismo, nonché i momenti di sensualità consumati con passione. Entrambi impegnati in matrimoni che trascinano senza troppa convinzione, e persino con tolleranza da parte di lei per quel che concerne le infedeltà del marito, Philip e la sua giovane amante attraversano momenti di dialogo e discussione, in un intreccio di arte e vita “cruda” rappresentato con estrema eleganza e raffinatezza sullo schermo (splendida la fotografia non a caso).

Deception (Foto di ShannaBesson)

Il film, uscito in sala il 28 aprile scorso e distribuito da No.Mad Entertainment, si rivela subito molto parlato, e affronta la condizione da autoesiliato del protagonista: un ebreo cosmopolita trapiantato e poi nuovamente sradicato, ma sfuggito fortunatamente agli orrori della Shoah, come si evince dai discorsi con la giovane donna. Egoista e cinico, Philip mentirà fino alla fine, alla moglie in primis – ormai consapevole del tradimento “scritto”- e forse anche a sé stesso.

“Tromperie” è una radiografia esistenziale e sentimentale sul potere delle parole e della letteratura, che ci regala anche un momento di tenerezza e intensità grazie al personaggio di Emmanuelle Devos, amica di Philip malata oncologica, alle prese con TAC e chemioterapie oltreoceano, delicatissimo nel tratteggio che ne fa il regista a metà film. La Devos del resto è musa e volto di tanto cinema di Desplechin, cinefil non ortodosso in Francia, che ha girato questa sua undicesima fatica cinematografica in piena pandemia, senza mai rinunciare al sogno di dare vita sul grande schermo a “un’utopia attraversata dal desiderio”, unico rimedio al male di vivere e alla morte. Perché scrivere e raccontare significa esistere, vivere ancora, ieri come oggi.

 

 

 

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