Un coro per il Sancarluccio

Un coro per il Sancarluccio

L’esterno del teatro

C’è una data certa: 28 novembre. E una sentenza: sfratto al Sancarluccio. Come una condanna questa decisione pesa sul piccolo storico teatro di San Pasquale. Novanta posti, concentrati, accoglienti, quasi familiari per l’atmosfera, ma istituzionali per lo spessore artistico e culturale. “Quaranta + 1“, dice Egidio Mastrominico, ricordando gli anni di attività. Lui, direttore artistico da quando quattro anni fa il patron  Franco Nico ha lasciato la vita e con essa, la famiglia e la comunità artistica e intellettuale di questa nostra infelice città.

Ancora serve ripetere che in questa sala sono passati i più grandi interpreti partenopei? I tanti, qui lanciati e arrivati a livelli nazionali? Quelli che tolgono l’etichetta di ‘napoletani’, come se fosse un marchio e non una qualità? Non li nominerò nemmeno: fanno parte della storia dello spettacolo italiano.

Dunque, il Sancarluccio rischia di non poter proseguire la sua interessante programmazione, che apre spazi alle nuove generazioni e a ogni forma di arte. Un cartellone anche troppo vasto per chi continua per la passione e per la ‘necessità’ del fare. Agli ‘Angeli’ la padrona di casa, Pina Cipriani, commossa e preoccupata, ha dedicato il suo concerto inaugurale. “Non restiamo a guardare di fronte alle problematicità della cultura in Italia e in Campania. – aveva dichiarato nella conferenza stampa di presentazione della stagione Egidio Mastrominico – Abbiamo ricevuto moltissime proposte e valeva la pena di andare avanti. Anche se ci siamo dati un limite di tempo”.

Il limite, suo malgrado, è arrivato. Che cosa succederà, adesso? Gli appelli si moltiplicano e, come antichi segnali di fumo, attraverso la rete si diffondono. La faccia buona di Napoli esiste ancora, quella della politica forse no. Ma l’impegno dei cittadini non basta a risanare. In nessun campo. L’impegno deve essere morale, partecipativo, privato, ma soprattutto pubblico e istituzionale. L’orecchio degli adulti è sempre troppo acerbo, ma un coro potrebbe farlo maturare.

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