Un documentario sull’India mai cambiata

Un documentario sull’India mai cambiata

Presentato in anteprima al Karlovy Vary International Film Festival, e poi in varie città italiane tra marzo e aprile scorsi, “Ananda” di Stefano Deffenu è un documentario di 60 minuti che si discosta dal consueto canovaccio dei reportage di viaggio in paesi lontani ed esotici. A modo suo è pur sempre un viaggio nell’India profonda, ma di quelli che sembrano dilatarsi nel tempo e assumere un valore personale, affettivo e persino metafisico.

L’esperienza di Deffenu, regista e attore di origini sarde, qui alle prese col suo primo lungometraggio, si svolse nel lontano 2011 e solo dopo 10 anni ha visto la luce in sala. Complice lo smarrimento del materiale filmato, poi rispedito in Italia e su cui non volle lavorare a lungo quasi per “paura”, – come raccontato a inizio film – il montaggio dei 10 capitoli di “Ananda” ha attraversato gli anni e il vivo ricordo del fratello gemello del regista, scomparso prematuramente. Forse negli sguardi dei bambini indiani della leggendaria tribù degli Ananda l’autore ha cercato gli occhi del suo gemello, la vivacità perduta e quel candore che sembra ormai perso nell’infanzia occidentale.

ANANDA Kid sunse

L’India di dieci anni fa, probabilmente non del tutto mutata oggi, è un Paese di enormi contraddizioni: crescita economica nelle megalopoli che grondano di rifiuti e inquinamento, e scenari da Terzo Mondo di povertà e miseria, segnati da condizioni igienico-sanitarie allucinanti (e qui si spiega, purtroppo, l’effetto devastante che un decennio dopo avrebbe avuto la pandemia da covid-19 in quelle regioni).

Nel gigante indiano multietnico e dalle molteplici lingue e religioni l’Ananda è lo stato di felicità, beatitudine e amore, nel

ANANDA Malana woman

senso più trascendente e induista del termine. Una gioia cui aspira il regista, e che scopre in un piccolo paese ai piedi dell’Himalaya, avvolto dalle leggende: Malana, il villaggio isolato dal resto del mondo per secoli, erede secondo alcuni dei soldati greci di Alessandro Magno stanziati sulle montagne, e secondo altri di migrazioni indoeuropee antecedenti le spedizioni elleniche. In quell’angolo himalayano il tempo sembra davvero essersi fermato, nonostante le inevitabili contaminazioni occidentali, così come nell’India delle scuole, delle strade caotiche e dei suoi templi assolati. Il regista conduce lo spettatore in un sogno perduto di primitiva e pura anarchia infantile, che è catarsi e riscoperta di sé allo stesso tempo.

 

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