Voglia di comunicare

L’intento è chiaro fin dalla copertina. Una foto di famiglia, una bella donna che mostra qualcosa in lontananza a un bimbo sorridente. E’ autobiografica l’immagine, come parte delle poesie. Sono nato nel Sessantuno (Boopen LED editore) è la seconda silloge di Arnolfo Petri e l’intento di cui dicevamo è la comunicazione. Lasciato l‘intimismo dominante in “Graffi del cuore”, l’autore si abbandona al racconto (poetico) della sua vita. I versi scavano nell’anima, mettono a nudo sentimenti profondi con il desiderio di mostrarli con meno pudore e più sincerità.

E’ l’altro percorso artistico della vita che ha scelto. Prosa in teatro, spesso urlata, versi sussurrati sulla pagina bianca che si riempie di ricordi e certezze, di dubbi e affanni. L’alito di vita è prepotente: poter volare, librarsi libero, vagare, seppure colto dal dolore e dalla sofferenza che l’esistenza non risparmia a nessuno. Viaggiatore indomito verso mete scelte o casuali alla ricerca di risposte e di verità. Di abbracci, carezze e baci. C’è tristezza nei versi, a volte pare che nubi scure incombano tenebrose, foriere di buio e sogni mancati, ma c’è anche voglia di leggerezza, voglia di lasciare le reminiscenze di un’infanzia poco felice, priva di dolcezza per intraprendere il misterioso viaggio nel presente e quindi nel futuro.

In punta di penna, dunque, Arnolfo Petri affronta i temi universali, partendo da un’immagine e un ricordo, il tempo dell’infanzia, in compagnia dell’amata madre, donna per eccellenza, guida e simbolo d’amore, di unione, di essenza. Con i versi, l’autore si lascia andare a confessioni e abbandoni, a un’espressione intima o manifesta ma comunque sincera e lungimirante. Sguardo perduto verso un orizzonte dalle mille sorprese.

Share