Woody Allen: ottantacinque anni di creatività

Woody Allen: ottantacinque anni di creatività

A ottantacinque anni Woody Allen continua la sua carriera, riuscendo ancora a girare una media di un film all’anno, benché la distribuzione negli ultimi anni sia alquanto rallentata (questo è da attribuirsi ai tentativi di sabotaggio attuati dal movimento #Metoo). Allen continua però a produrre e negli scorsi mesi è anche uscita la sua autobiografia, che in Europa ha riscosso molto successo: “A proposito di niente”. Nel libro scrive, con la consueta ironia, che, se non fosse stato per il terribile processo del 1992 contro Mia Farrow, la sua vita sarebbe stata “noiosetta”.

 Non si può però considerare noiosa la sua carriera cinematografica, che dal 1966 ha prodotto più di 50 pellicole, scrivendo pagine importanti di storia del cinema in maniera personalissima, e che continua a farlo ancora oggi. Parlare di una produzione così vasta non è facile, ma certo si può partire da chi tale produzione l’ha sempre esplicitamente ispirata: i riferimenti più diretti di Allen sono sempre stati, a sua detta, Groucho Marx, Fellini e Bergman, ed effettivamente la visione delle sue opere non può che confermare tale affermazione.

In particolare nella prima parte della sua carriera l’influenza che prevale è quella del primo, con varie pellicole basate su una comicità slapstick molto accentuata, in cui il regista sfrutta la sua stessa figura per creare un effetto comico particolare. Sono gli anni di pellicole quali “Tutto quello che avete sempre voluto sapere sul sesso* (*ma non avete mai osato chiedere)” e “Il dormiglione”.

La copertina del libro

La vera fama arriva però soltanto nel ’77 con “Io e Annie”, considerato da molti il suo capolavoro e il picco del sodalizio con Diane Keaton. Il film gli frutta due Oscar e soprattutto rappresenta una svolta all’interno della sua carriera, con l’abbandono della slapstick comedy e l’approccio a un tipo di cinema più intellettuale. A questa pellicola seguono infatti “Interiors” (film drammatico intensamente influenzato da Bergman) e “Manhattan”, commedia malinconica e celebrazione della sua amata New York. Con “Stardust memories” del 1980, poi, Allen omaggia Fellini e svolge una riflessione sul suo ruolo di regista e di come si senta intrappolato nella considerazione che gli spettatori hanno di lui. Le altre pellicole di questo periodo sono cult e anche grandi successi critici: “Zelig”, “La rosa purpurea del Cairo” e “Hannah e le sue sorelle” ne sono gli apici.

Negli anni ’90 non riesce a ripetere i capolavori dei decenni passati, ma continua a sperimentare, dirigendo un omaggio all’espressionismo tedesco (“Ombre e nebbia”), un musical (“Tutti dicono I love you”) e soprattutto un’altra pellicola metacinematografica, ispirata a “Il posto delle fragole” di Bergman (“Harry a pezzi”).

Prima di un altro grande successo bisognerà aspettare il 2005 con “Match point”, che gira a Londra, in cui abbandona la commedia per un tono più cupo e drammatico. Dopo questa pellicola comincia ad ambientare sempre più film in Europa: i due successivi sono infatti ambientati ancora in Gran Bretagna, e dopo un breve ritorno a New York (“Basta che funzioni”) gira altre tre opere europee, una a Barcellona, una a Parigi e una a Roma; la pellicola parigina (“Midnight in Paris”) riscuote particolare successo e gli regala il suo quarto Oscar.

Negli ultimi anni ha continuato a proporre il suo cinema unico, e il suo ultimo film, “Rifkin’s festival”, è di prossima uscita. Nonostante i cambi di rotta, nonostante le difficoltà, Allen è sempre stato una voce inconfondibile nel panorama cinematografico mondiale. Più apprezzato in Europa che in patria, i suoi film e la sua comicità hanno segnato un’epoca e più generazioni.

Angelo Matteo

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