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Massimo Dapporto

Angela Matassa

Dapporto Elia
Massimo Dapporto e Antonella Elia

E’ una storia di tradimenti con finale a sorpresa La verità, in scena da mercoledì al Delle Palme di Napoli, con Massimo Dapporto, Antonella Elia, Susanna Marcomeni, Massimo Cimaglia per la regia di Maurizio Nichetti.

La verità, è un tema assoluto?

“Purtroppo è diventata una parola abusata, c’è la verità politica, dei sentimenti, della medicina. Come dire la menzogna, che è la sua faccia nascosta. In questo spettacolo nella prima parte si creano semplici convinzioni, il protagonista (Michel) appare come il carnefice che muove i fili, nella seconda parte, i continui colpi di scena capovolgono la situazione e si scopre che è invece una vittima. Insomma, è una sorta di thriller di rivelazioni sentimentali, in cui niente è gratuito o scontato”.

Come mai ha scelto questo testo?

“Perché credo che bisogna dare spazio ai giovani autori. I classici vanno bene, ma non si possono fare solo quelli. Florian Zell è un trentenne franco-tedesco che è stato paragonato a Pirandello e Pinter per la profondità dei suoi scritti. Qui non si ride per le battute, si tratta di risate di testa, lo spettacolo scatena una sorta di sospetto su quel che non si dice nelle relazioni, infatti spesso vedo le coppie litigare”.

La regia è importante e insolita. Che cifra ha dato Nichetti alla  messinscena?

“Quella della semplicità. Il testo non ha bisogno di particolari interventi, va recitato com’è con la maggiore naturalezza possibile, come nella vita. Certo, il regista cinematografico è abituato alla macchina da presa, ai primi piani, ma Maurizio ha capito che in teatro è l’attore a fare da calamita e con il linguaggio del corpo richiama l’attenzione dello spettatore. Ci ha dato molta fiducia”.

In quale ambientazione si muovono i personaggi?

“La scena è rotante e mostra sette interni: gli alberghi che vede gli amanti negli incontri segreti, la cucina e il salotto familiare, lo studio dell’analista (Antonella Elia), la casa dell’amico”.

Cinema, teatro, televisione. Quale dei tre mezzi le dà più soddisfazione?

“Certamente il teatro è più emozionante perché immediato. Il cinema ormai è un mordi e fuggi. La televisione è l’ultimo prodotto tra le arti visive. Noi attori soffriamo di un malessere, quello dei tempi stretti. Recitare senza provare, interpretare senza riflettere sul personaggio, dirigere senza maturare un’idea, preparare uno spettacolo senza provare non dà buoni risultati. Ecco perché spesso si fanno prodotti di serie B. Il cinema italiano però sta migliorando, perché sta tornando al genere d’oro, la commedia”.

A Napoli è di casa fin da bambino, quando seguiva papà Carlo. Che rapporto ha oggi con la città?

“L’amo e mi dispiace sentir parlare sempre degli stessi problemi, vedo lo stesso modo di approcciarsi e di compiangersi. Per questo non porterei mai in scena uno spettacolo che parli di perdita del lavoro, per esempio. A Napoli è cosa vecchia e la gente è più brava a risolvere le difficoltà che qualsiasi autore teatrale. Invece, l’esigente e severo pubblico partenopeo ha accolto molto bene altri tipi di messinscene e spero che anche “La verità” possa piacere come “L’appartamento”.

Ha interpretato personaggi che sono espressione di legalità, un esempio su tutti è il giudice Giovanni Falcone. I valori  sono stati dimenticati?

“Stanno in un cassetto, vanno tirati fuori e riproposti sempre, perché purtroppo prevale più la logica del sospetto che della fiducia. La televisione è utile in questo, è un mezzo forte. Un po’ lo è anche il cinema, a teatro invece sarebbe stucchevole parlarne direttamente”.

Altri progetti in programma?

“A febbraio comincerò le prove di “Otello” con la regia di Nanni Garella per l’Arena del Sole di Bologna. Poi a febbraio sarò su Rai Uno in “Briganti”, diretto da Paolo Poeti”.

Intanto, sabato 21 alle 10,30 interverrà al cinema Modernissimo per la proiezione del corto di Giovanni Meola “Il sospetto”, di cui è protagonista.

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