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Alina Narciso: “Mai perdere la speranza”

Angela Matassa

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Si è ispirata ai frammenti poetici liberamente tratti da La Sombra Protectora di Teresa Melo e Río di Lucía Rojas Maldonado, Alina Narciso per “C’era una volta un fiume”. Lo spettacolo sarà in scena da venerdì 26 a domenica 28 settembre 2025 al Teatro Galleria Toledo di Napoli, da lei scritto e diretto e interpretato da Alessandra Borgia.

Signora Narciso, la pièce parla di un fiume veramente esistito?

“Sì. Si tratta del Tammaro che scorreva a Campolattaro, nel Parco del Matese. Fu prima incanalato in una diga, in seguito svuotata. Oggi non esiste più”.

Nelle sue drammaturgie, lei affronta sempre temi di carattere sociale e civile. Il fiume è un simbolo solo del bisogno dell’acqua, bene primario per l’umanità, o li rappresenta un po’ tutti.

“Sì. In effetti il vero tema è il nostro futuro. L’ambiente, il cambio climatico e i vari rischi che stiamo correndo”.

Una scena

Che tipo di regia ha immaginato?

“E’ uno spettacolo visionario. Una sorta di favola, una storia di fantasia distopica, in cui un’anziana donna, un po’ saggia, un po’ sciamana, racconta le vicende che hanno toccato (e modificato) il territorio. Sarà lei a guidare la rivolta per ottenere l’acqua. La storia accosta alla realtà anche il mito di Mefite, la divinità appenninica, protettrice delle acque e delle sorgenti. E’ un modo visionario per suscitare l’attenzione e un appello anche a preservare il territorio e a non lasciare spazio alle speculazioni delle multinazionali”.

C’era una volta un fiume è il risultato di una residenza teatrale. In che modo si è realizzata?

“Nello spettacolo ci sono le voci dei bambini del luogo, con i quali ho lavorato. E’ un incontro fra territori e persone. Tra la compagnia di Morcone, impegnata nel progetto di salvaguardia dei borghi locali, e noi”.

I protagonisti

Lo spettacolo è sostenuto dalle musiche originali della compositrice cubana Sandra Agüero Quesada al basso e alla voce, suonate dal vivo da Marco Di Maria al sassofono e alla fisarmonica e Giovanni Imparato alle percussioni. E’ il risultato del suo antico progetto La scrittura delle donne?

“Ciò che ha lasciato quell’iniziativa è un segno forte di collaborazione. La situazione a Cuba ormai è cambiata a causa della diaspora, ma i nostri rapporti sono vivi e fruttuosi ancora oggi. Infatti, possiamo dire che questa è una compagnia mista”.

 

 Lei ha parlato di distopia. Ma ha fiducia in un futuro migliore?

“La speranza non deve mai morire. Sì, sono fiduciosa. Bisogna credere nella possibilità di cambiare le cose, anche se non siamo in grado di decidere i tempi. Ma l’arte può essere un grande ponte”.

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