Anime vaganti

Angela Matassa

E’ un viaggio fisico e metaforico Opera pezzentella, l’ultimo testo scritto da Mimmo Borrelli. Tre luoghi, la sagrestia, la Chiesa, l’ipogeo di una location davvero speciale: la Chiesa di Santa Maria delle Anime del Purgatorio ad Arco di Napoli, il 16 e 17 giugno.

Mimmo, parliamo del progetto.

“E’ un’iniziativa dell’ Opera Pia Purgatorio ad Arco Onlus sostenuto da Fondazione Con il Sud per recuperare la storia del territorio, attraverso attività laboratoriali ma anche sit specific. Mi è stato chiesto di scrivere qualcosa e con entusiasmo sono partito con il lavoro. Ho impiegato due anni per raccogliere testimonianze e ricordi, alla ricerca delle memorie del luogo. Ma non è stato facile, perché ho visto che la gente non è così radicata nel quartiere. Ma poi ho capito, partendo dal culto delle capuzzelle, tipico di questo posto, ho scritto in quarantadue giorni quattromila versi.”.

Come è organizzata la performance, in uno spazio così insolito?

“Innanzitutto ho formato il gruppo da portare in scena. Ho scelto alcuni ragazzi usciti dai laboratori e altri presi dalla strada, molto spontanei che si sono fatti coinvolgere in maniera incredibile. Ho immaginato il lavoro come unatransizione anche per loro. Inventando una storia che parla del Purgatorio per arrivare al Paradiso, dove si trova la principessa Lucia, l’anima vagante più amata dalla gente”.

E’ un lavoro religioso o laico?

“I guardiani e le anime disperse dovranno “servire” una cerimonia laica, espressa attraverso i suoi aspetti spirituali e sociali, laici seppur liturgici”.

Un testo di tipo dantesco?

“In parte sì. Mi sono ispirato a Dante, ma anche a Testori e alla favola di Alice. Ho fatto un esperimento lavorando sulla contemporaneità, usando vari stili, ci sono riferimenti a Pina Bausch e Antonio Neiwiller.

Come si svolge il viaggio?

“Ho immaginato che le anime, stanche di tribolare, evadono dal Purgatorio e da qui comincia l’azione. Si parte dalla segrestia, dove si trovano i cinque guardiani del Purgatorio che s’interrogano sull’evasione. Poi si passa nella Chiesa con i suoi gironi. E qui compaiono diversi personaggi: Masaniello tra i superbi, l’ultima perpetua, il parroco, tra gli invidiosi le madri che nel Seicento si recavano dalla principessa Lucia con le figlie da sposare. Mentre lei compare nell’Ipogeo. Io interpreto la Morte, che si traveste da diavolo. Il finale è sorprendente. Il teatro porta la vita in questo luogo gelido”.

Un continuo entrare e uscire dalla metafora.

Mimmo Borrelli
Mimmo Borrelli

“Sì. Il percorso è anche quello dei ragazzi che crescono attraverso il teatro, in un gioco epico. E poi ci sono le riflessioni su Napoli, una sorta di estinzione del Purgatorio in terra. Mi sembra viva in uno stato d’indifferenza, una città che si accontenta e accetta ogni cosa come fosse stanca nelle passioni. Contraddittoria nella sua bellezza e nella sua miseria. Chi più dei giovani può restituire la passione? Questo progetto mi piace perché coinvolge i ragazzi. Mi intriga  l’idea di proteggerli e aiutarli ad agire per combattere l’apatia, cercare di cambiare le cose. Spero di poter rappresentare questo spettacolo ogni anno. Come un appuntamento fisso”.

La lingua è la solita dei tuoi lavori?

“Questa volta ho inserito diversi dialetti: il napoletano parlato, il seicentesco per Masaniello, il flegreo per il Diavolo e il cilentano per Lucia, in omaggio alla giovane interprete, ma pensando anche che i fedeli che avevano adottato lecapuzzelle venivano da ogni parte”.

I premi ricevuti non si contano più, che effetto fa?

“Sono contento. L’ultimo, il Testori, che mi è stato assegnato per “La madre” è molto prestigioso. Mi sento apprezzato, soprattutto fuori da Napoli. Il teatro non deve avere facciate politiche, avere rispetto per chi ci lavora. Nonostante la lingua dei miei testi non è facile da comprendere, sono accolti molto bene, grazie alle emozioni che colpiscono in ogni caso. “Malacrescita”, per esempio, piace ovunque. Il 22 giugno saremo a Parigi”.

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