Arrivederci al mitico Duca bianco

Maresa Galli

David Bowie
David Bowie

Il suo epitaffio recita: “I don’t know where I’m going from here, but I promise it won’t be boring” (Non so dove sto andando ma vi prometto che non sarò noioso). Di sicuro David Bowie non sarà mai ricordato meno che come grandissimo innovatore capace come solo i mostri sacri di rinnovarsi in oltre cinquant’anni di brillante, coerente carriera nella quale l’arte si è con-fusa con la vita.

A tre anni dall’ultimo album, The Next Day, Bowie aveva appena pubblicato Blackstar, venticinquesimo lavoro in studio, uscito in occasione del suo sessantanovesimo compleanno. Esce il nuovo disco, anticipato dal video e dal singolo Lazarus, sempre più dark e straniante, e “Ziggy” ci lascia per il suo ultimo viaggio, dopo diciotto terribili mesi di lotta contro il cancro.

Il suo manager, Tony Visconti, ha così commentato la sua morte:“Ha sempre fatto quello che voleva fare. E voleva farlo a suo modo e nel modo migliore. La sua morte non era diversa dalla sua vita – un’opera d’arte. Ha fatto Blackstar per noi, è stato il suo regalo d’addio. Sapevo da un anno che questa sarebbe stata la fine che avrebbe avuto. Tuttavia non ero preparato. David era un uomo straordinario, pieno di amore e di vita. Egli sarà sempre con noi. Per ora è opportuno piangere”. E lo piange tutto il mondo, grato per le emozioni che ha regalato in una ricchissima carriera nella quale non ha mai avuto paura di osare, di essere controcorrente, di cambiare per sempre le regole del rock, la messa in scena, la teatralità di kempsiana memoria, spaziando dal glam rock all’elettronica, dal folk acustico al krautrock al soul al pop senza barriere di sorta, con massima apertura mentale.

Giovane irrequieto, non andava bene a scuola, “diverso” già da adolescente, con la sua sete di sperimentare nell’arte a 360°. Nel luglio del ‘69 la svolta, con l’uscita del singolo “Space Oddity” scelto come sigla della Bbc per il servizio sullo sbarco di Apollo 11 sulla Luna. Impossibile ricordare cinquant’anni di carriera del “Duca bianco”, di “Ziggy Stardust”, dell’alieno più importante della storia del rock del quale tanti artisti famosi a venire sono debitori. Ha sfidato, in un’epoca non facile, i pregiudizi su gay, transgender, sui “diversi”, e oggi L’Osservatore Romano lo saluta con rispetto e ammirazione. I più fortunati di noi lo hanno visto sul palco del Neapolis Festival di Napoli, a Bagnoli, nel ’97, in una straordinaria location post-industriale vicino al mare che colpì lo stesso artista. Un transformer di classe, capace di stupire con le sue mise elegantissime molto british e insieme con clownerie alla Kemp che gli insegnò l’arte di stare in scena. Ha attraversato, contribuendovi, l’arte contemporanea, mettendosi in gioco nel cinema, nella pittura, nella produzione discografica, con collaborazioni straordinarie come quella con Brian Eno, Iggy Pop, Robert Fripp, i Queen e con il chitarrista Mick Ronson.

Bowie va ricordato anche per la sua straordinaria interpretazione, agli inizi degli anni ’80 negli Stati Uniti (in particolare a Broadway) di Joseph “John” Merrick, l’Uomo Elefante, nell’opera teatrale “The Elephant Man”, quando, ricorrendo a tutto la sua pregressa esperienza di mimo, maturata al fianco del grande Lindsay Kemp, ed alla sua incredibile espressività, realizzò, con il successo di pubblico ed il plauso della critica, una delle più coraggiose operazioni che potesse compiere una rock star.

Tutte le mode a venire, la contaminazione di stili, la teatralità del rock, la fascinazione per l’esoterismo, l’arte in tutte le sue declinazioni, l’essere contro il main stream per seguire solo l’ispirazione, gli sono debitrici. Di sicuro rimangono un’ottima produzione musicale, uno stile unico, sempre differente creato/sfoggiato con disinvolta eleganza, video di straordinaria visionarietà e fattura, personaggi unici che ha interpretato nei film di fantascienza ne “L’uomo che cadde sulla Terra”, “Furyo”, “Absolute beginners”, “Labyrinth”, “Basquiat”, fino al più recente “The Prestige”.

La sua stella continuerà a brillare nel firmamento dei giganti della storia della musica.

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