Biennale Danza 2026: due assoli, due capolavori tra energia e contemplazione
Andrea Di Maso
Danza
5 Agosto 2026
Al Teatro alle Tese della Biennale Danza 2026, il dittico composto da “State of Darkness” e “Bardo” ha regalato al pubblico due performance di straordinaria intensità, accomunate dalla firma della coreografa americana Molissa Fenley ma profondamente diverse per linguaggio e atmosfera. Due assoli che hanno saputo raccontare la forza del corpo, la memoria e la trasformazione.
STATE OF DARKNESS
Ad aprire la serata è stato “State of Darkness”, costruito sull’imponente partitura de Le Sacre du printemps di Igor Stravinsky. Un’opera che da quasi quarant’anni rappresenta una delle più impegnative prove di resistenza e tecnica per un’interprete. A raccogliere questa sfida è stata Cassandra Trenary, capace di offrire una performance semplicemente travolgente.
Sola in scena, senza alcun artificio, la danzatrice ha instaurato un dialogo diretto con la musica di Stravinsky, lasciandosi guidare dalle sue pulsazioni incessanti e dai suoi contrasti. Ogni movimento sembrava nascere dalla partitura, trasformando il suono in gesto con una precisione sorprendente. La sua interpretazione ha tolto il fiato per il controllo assoluto del corpo, per l’energia inesauribile e per la capacità di alternare figure potenti a momenti di straordinaria leggerezza. Gesti decisi, linee nitide e una tecnica impeccabile hanno dato vita a un’esplosione di movimento che ha coinvolto il pubblico dall’inizio alla fine. Cassandra Trenary ha dimostrato come virtuosismo ed espressività possano convivere in perfetto equilibrio, rendendo questo storico assolo ancora oggi di sconvolgente modernità.
Molissa Fenley
BARDO
Se State of Darkness è un inno alla vitalità, “Bardo” conduce invece in una dimensione raccolta e meditativa. Interpretato eccezionalmente dalla stessa Molissa Fenley, il pezzo nasce dopo la morte dell’amico Keith Haring, artista con cui la coreografa aveva condiviso un importante percorso creativo. Il titolo richiama il concetto tibetano di “bardo”, il passaggio tra la vita e la morte, uno spazio di transizione verso una nuova esistenza.
Fenley costruisce una coreografia essenziale, fatta di gesti lenti, precisi e profondamente contemplativi. Attraverso il movimento riaffiorano le celebri figure stilizzate di Haring: gli iconici “omini” sembrano prendere forma nel corpo della danzatrice, evocati senza mai essere imitati in modo didascalico. È un dialogo silenzioso con l’assenza, un omaggio delicato che trasforma il ricordo in presenza scenica e invita lo spettatore a riflettere sul legame tra arte, memoria e rinascita.
Due assoli diversi ma complementari: da una parte l’esplosione di energia di State of Darkness, dall’altra il raccoglimento poetico di Bardo. Due splendide performance che hanno confermato il valore senza tempo della ricerca coreografica di Molissa Fenley e la straordinaria forza comunicativa della danza.