Carpentieri interpreta un distopico Dürrenmatt

Renato Aiello

Dopo il debutto al Teatro San Ferdinando di Napoli, Il Complice, spettacolo diretto e interpretato da Renato Carpentieri e tratto dalla commedia omonima di Friedrich Dürrenmatt, è andato in scena al Teatro Nuovo di Napoli. La distopia futuristica immaginata dal drammaturgo svizzero ha preso forma sul palco dei Quartieri Spagnoli con dovizia scenografica, a cura di Arcangela Di Lorenzo, e con i costumi di Annamaria Morelli, le luci di Cesare Accetta e il suono di Andreas Russo.

Presentata da Teatro di Napoli, Teatro Nazionale e Associazione Culturale “Il punto in movimento”, questa drammaturgia è interpretata, oltre che dallo stesso Carpentieri nel ruolo di Boss, da Salvatore D’Onofrio (nei panni di Doc), Giovanni Moschella (il personaggio di Cop), Valeria Luchetti (qui è Ann), Francesco Ruotolo (impegnato sia col personaggio del Vecchio, sia di Jim), Antonio Elia (Bill, il figlio di Doc) e Pasquale Aprile (interprete di Sam).

Valeria Luchetti in scena (foto di Giuliano Longone)

Il testo, denso e ricco di spunti, racconta un futuro distopico. Attualissima l’autoreclusione di Doc, scienziato in disgrazia, nascosto nel sottosuolo metropolitano da troppo tempo: una sorta di lockdown imposto dalla crisi economica prima, e poi scelto consapevolmente per lavoro al soldo dello spietato Boss, capomafia che elimina i corpi dei nemici e quelli dei suoi clienti col raffinato metodo di necrodialisi elaborato da Doc. Lui è un soldato che obbedisce ai potenti, al centro di lotte, giochi criminali e interessi contrapposti, con tanto di bombe pronte a scoppiare di tanto in tanto sulle loro teste. La scienza che vende la sua anima al diavolo, praticamente.

Un’allegoria simbolica e grottesca che ha attirato l’attenzione del regista e attore Carpentieri, visto di recente nell’ultimo film di Paolo Sorrentino candidato agli Oscar e ai David di Donatello: “La scelta di una forma allegorica mi ha spinto verso questo lavoro, anche come reazione alla moda teatrale di falso realismo o di sogni estetizzanti sfruttando gli autori classici”, spiega nelle note di regia.

E’ infatti un vero incubo quello vissuto da Doc, il complice del titolo stesso dell’opera del 1977, scandito da pesanti clangori metallici e dall’inconfondibile montacarichi ascensore, quest’ultimo sempre in attività tra il mondo “di sopra” e quello “di sotto”. L’identica definizione utilizzata da uno dei protagonisti dello scandalo di Mafia capitale qualche anno fa.

(Foto di Giuliano Longone)

 

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