Casa di bambola, in scena il dramma di ibsen

Maresa Galli

Una scena (foto di Marco Ghidelli)
Una scena
(foto di Marco Ghidelli)

Casa di Bambola”, scritto da Henrik Ibsen nel 1879, per l’adattamento teatrale di Raffaele La Capria, è una produzione del Teatro Mercadante di Napoli. Firma la regia Claudio Di Palma, che ben costruisce il “ring domestico” istruito da Ibsen. Interpreti Gaia Aprea, Nora, Claudio Di Palma, Torvald, Giacinto Palmarini, il dottor Rank, Autilia Ranieri, la signora Linde, Alessandra Borgia, Anne Marie, la bambinaia e Paolo Serra, il procuratore Krogstad. Nora è un’eroina tragica chiusa in un asfittico mondo borghese che la relega al ruolo di bambolina, piccola allodola che canta e danza per compiacere il marito distante anni luce, capace di inventarsi ardite, improbabili e autolesionistiche soluzioni piuttosto che violare le regole che prescrivono due codici diversi per uomini e donne. Novella Antigone, eroina femminista ante-litteram, sacrificherà il matrimonio e abbandonerà gli adorati figli Ivar, Bob ed Emmy per ritrovare se stessa, fuori dall’ipocrisia, dai codici vessatori, da un’identità che non le appartiene. Molto brava la Aprea nell’incarnare una donna forzatamente allegra, in realtà disperata per il peso del proprio incompreso sacrificio, da tutti considerata vuota e superficiale, sempre felice. “Ah, sì, sì! Come è splendido vivere ed esser felici!”, esclama la donna alla quale fa eco il “Bisogna vivere” di Christine Linde, sua unica amica. All’improvviso scoppiano gli otto anni di matrimonio basato sulla convenzione, sul più retrivo maschilismo che ha traghettato Nora dal ruolo di figlia-bambola a quello di moglie-bambola. Verrà l’inconcepibile presa di coscienza, l’inaccettabile rottura del matrimonio da parte di una donna. Scandaloso!

Bravi e intensi gli attori e belle le scene di Luigi Ferrigno, che immagina una pavimentazione sospesa nel vuoto, e fuori la fredda notte norvegese, con la pallida luce lunare che si riflette su un abete – la memoria corre ai film di Ingmar Bergman, al gelo e all’incomunicabilità che il regista svedese ha saputo raccontare attraverso dialoghi impossibili e al ritmo lento e intimista della macchina da presa. I tagli di La Capria non alterano il romanzo restituendo l’attualità del rapporto tra coniugi che si disgrega, ove mai fosse stato davvero solido o meglio reale. In scena fino a domenica 17 aprile.

 

 

 

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