Cinismo e affetti familiari

Angela Matassa

Una scena
Una scena

E’ un capolavoro assoluto, un affresco meraviglioso della società”. Così Mariano Rigillo parlando di Erano tutti miei figli di Arthur Miller, lo spettacolo che debutta questa sera in prima nazionale al teatro Mercadante di Napoli (in scena fino a 21 aprile). Coprodotto dallo Stabile di Catania e da Doppiaeffe Production, è interpretato da Rigillo con Anna Teresa Rossini, Filippo Brazzaventre, Annalisa Canfora, Barbara Gallo, Enzo Gambino, Giorgio Musumeci, Ruben Rigillo, Silvia Siravo, diretti da Giuseppe Dipasquale.

Questa volta hai scelto un classico contemporaneo.

“Possiamo definirlo così. E’ il teatro che amo, quello che una volta veniva definito di prosa. Questo testo è di un’attualità incredibile. Nonostante la storia sia legata all’immediato dopoguerra, è un vero e proprio atto d’accusa non solo contro l’industria bellica, ma contro la società che accetta personaggi del genere senza problemi. La questione degli armamenti è sempre sul tappeto”.

Avete operato qualche cambiamento nel testo?

“Assolutamente no. Abbiamo seguito la traduzione di Masolino d’Amico che è fedele all’originale. Inoltre, il testo è di una precisione drammaturgica straordinaria, che funziona benissimo com’è”.

Vesti i panni di Joe Keller, cinico magnate dell’industria bellica. Riesce a scagionarsi da terribili accuse, lasciando che il socio paghi per i suoi errori.

“La sua corruzione, la spregiudicatezza che lo caratterizzano le ritroviamo ancora oggi. Le cose non sono molto cambiate, in nessun Paese. Questi tristi personaggi vivono tranquillamente nelle nostre società”.

In che tipo di ambientazione si svolge l’azione?

“In una scena astratta: il giardino di una casa borghese, in cui si muovono i personaggi. Ma la regia è particolarmente interessante perché si è mossa sul filo non del dramma ma della tragedia classica. Ha la stessa passione e, speriamo, la stessa catarsi del mito antico. Ci auguriamo che passi il messaggio forte che il testo contiene”.

Dopo la partecipazione al Napoli Teatro Festival e alla stagione scorsa, il Mercadante è ormai una certezza.

“Adesso sì e sono felice di tornarci con la mia compagnia, che è nello stile di quelle antiche all’italiana, un po’ familiari. Allora, si lavorava così per diverse ragioni, per me è motivo d’orgoglio”.

Ed è tornato nel gruppo anche Ruben, che tra l’altro, in questo spettacolo interpreta la parte del figlio del protagonista. Che effetto ti fa?

“Noi abbiamo un rapporto molto bello, segnato dalla severità ma soprattutto dall’affetto. Certo quando lui recita  “papà” e io dico “figlio mio” c’è un’emozione in più. E’ come se le due immagini di noi si sovrapponessero”.

Pensi che il teatro abbia ancora il suo ruolo civile e sociale?

“Credo di sì, ma nel momento in cui lo si va a vedere. E’ sotto gli occhi di tutti a che punto di degrado si arriva quando la cultura viene considerata secondaria. Come emerge la parte cattiva dell’uomo, l’arroganza di chi sta al potere. Si giunge alla disgregazione sociale. Ma se se ne parla di più, se si arriva al cuore, se si spiega che qui si tratta di teatro con la maiuscola, forse c’è speranza che le giovani generazioni comprendano che esiste altro, rispetto a quel che si vede oggi al cinema o alla televisione di consumo”.

Joe Keller, Sampognetta, Masaniello, Don Chisciotte, Pulcinella. Tanti ruoli, altrettanti aspetti della recitazione.

“E’ questo il mio credo d’attore: non essere sempre lo stesso personaggio. Conservo caparbietà ed entusiasmo e immagino di esserci riuscito”.

Oltre a qualche ruolo televisivo in fiction e sceneggiati, hai altri progetti?

“Quando realizzo uno spettacolo spero sempre che abbia una tournée. “Questa sera si recita a soggetto”, “’O Paparascianno”, “Erano tutti miei figli” sono tre allestimenti interessanti: speriamo che riusciamo a rappresentarli ancora”.

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