Comicità surreale di una maschera destabilizzante

Renato Aiello

Buste di carta come maschere del nostro tempo, metafore di vita e di molte vite, e forse specchio nichilista della società attuale: lo spettacolo dall’omonimo titolo, scritto e diretto da Gennaro Esposito e prodotto da “Teatro dell’Osso”, pone domande e genera ulteriori interrogativi negli spettatori del Teatro Tram di Napoli. In scena dal 7 fino al 10 aprile 2022. “Le Buste” rompe subito la cosiddetta “quarta parete” che separa attori e pubblico in sala, rivelando la sua cifra di metateatro nella vetrina in cui si muove il gruppo di amici. Dall’altra parte del vetro immaginario, infatti, Asia, Tommaso e Federico – quest’ultimo è il “leader” a tutti gli effetti della compagnia sui generis -, si muovono, si agitano, litigano e si scontrano, ma ognuno a modo suo.

Una scena dello spettacolo (foto di Valentina Cosentino)

Se Tommaso e Asia, interpretati rispettivamente da Giuseppe Di Gennaro e Marta Chiara Amabile, mostrano e dimostrano ancora sentimenti ed emozioni, Federico resta inflessibile fino alla fine, senza rimuovere neanche per un secondo il casco di carta con cui combatte la sua guerra personale in nome dell’arte. Voce robotica ed empatia glaciale, gesti minimalisti e un semplice tamburellare delle dita del tavolo, la busta “leader” porta alle estreme conseguenze il suo esperimento artistico di performance art, fino a un avvenimento che cambierà tutto e gli farà guadagnare l’agognata attenzione della folla. Esempio di spersonalizzazione, omologazione e perdita assoluta d’identità, la busta di carta indossata da Enrico Disegni per tutta la durata della pièce è una corazza impenetrabile, barriera ideale tra l’uomo e il mondo che lo circonda. Con le buste sulla testa i ragazzi sono tutti uguali, un corpo unico, un’unica testa, per lo più vuota si potrebbe suggerire, ma allo stesso tempo sono diversi dalla massa, proprio come quel ragazzino nel fast food, ricordato dal regista a fine esibizione in un confronto col pubblico della sala di Port’Alba, dalla cui visioe è scaturita l’idea dello spettacolo. Il tema del patriarcato che emerge nel monologo finale di Federico, scosso dal ricordo personale del padre scomparso e considerato al pari di un Dio, si ricongiunge poi al disegno iniziale del ragazzo, disturbante e grottesco, ovvero di lasciare il segno nel vuoto esistenziale e sociale. Un po’ come i dittatori di ogni totalitarismo che si rispetti, guidati anche loro da sogni che quasi sempre si tramutano in incubi per i popoli.

 

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