Con Moscato-Cerciello Napoli è “città soglia”

Maresa Galli

Una scena (foto di Andrea Falasconi)
Una scena (foto di Andrea Falasconi)

Un grande esordio per la diciannovesima Stagione del teatro Elicantropo di Napoli: Carlo Cerciello apre il cartellone 2014-2015 con il testo di Enzo Moscato“Signurì Signurì che con “Scannasurice” rappresenta “un emozionante e intenso omaggio alla scrittura dell’autore e poeta partenopeo”, alla sua “polifonia, a tratti delirante e sempre visionaria, una sorta di Satyricon partenopeo, un viaggio onirico dove la vita e la morte si fondono e confondono”, per dirla con l’autore di “Orfani veleni” e altri capolavori di drammaturgia contemporanea.

Dopo tanto teatro tedesco – spiega Cerciello – sono tornato alle origini, al teatro napoletano post eduardiano di Moscato, Ruccello, Santanelli. E’ significativo che Moscato abbia scritto Signurì Signurì subito dopo il terremoto, lo sfaldamento geocivile del Tutto”.

Nel 1982 il lavoro moscatiano, liberamente tratto da “La Pelle” di Curzio Malaparte, debuttò a Venezia, interpretato dagli studenti del liceo “Mercalli” nel quale Moscato insegnava. Oggi è riletto con rigore filologico da Cerciello che ne amplifica la poetica e la visionarietà, ed è interpretato dai bravissimi allievi del laboratorio permanente del Teatro Elicantropo diretto da Cerciello. La Napoli insondabile, indescrivibile che rovina assieme ai propri stereotipi che la vogliono immutabile, lei, vulcanica e imprevedibile, incapace di sintetizzare le proprie antinomie, la Napoli “cantabile che l’ha sempre, sciaguratamente, resa nota al mondo intero”, crolla sotto il peso del terremoto, sotto le bombe e le lacerazioni della guerra. Appropriati, altamente emblematici gli elementi scenici, dalle maschere antigas a tavoli e bandiere a stelle e strisce, a cura degli allievi del III anno di scenografia dell’Accademia di Belle Arti di Napoli. I movimenti coreografici di Cinzia Cordella agitano automi dal viso imbiancato come Pulcinella svuotati, mendicanti sfamati da una terribile suora–carnefice che decide le sorti di chi è già nel limbo, dolenti marionette che reiterano gesti per il piacere dei turisti americani che fotografano la loro idea di città ricca di colore, e nelle viscere, di piaghe, di ferite purulente aggravate da guerre e miserie. In scena scugnizzi, sciuscià, prostitute, travestiti e parti dei “femminielli”, adolescenti vendute al mercato della carne, nobildonne in disgrazia chiuse nel proprio mondo che affonda. Antropologia moscatiana spietatamente lucida nel cogliere gli opposti, le dicotomie estreme, “sensiche”, che mai si riconciliano nell’affascinate, ricca prosa dell’autore che si cala negli Inferi di una città che soccombe ogni volta che la si tortura con gli stereotipi e il folklore. “La mia lingua teatrale – spiega Moscato – è in verità un misto multi sonoro e ritmico di napoletano e altri idiomi, un po’ è inventata, artificiale, costruita sub vitro come in un’officina alchemica, privata e segretissima, un po’ è il ricalco esagerato, iperbolico, ridondante, del caos multietnico-poliglottico che ci gira, ai tempi nostri, attorno. (…). In linea con la tradizione idiomatica dei Padri e in rotta con loro”.

Per raccontare Napoli, “indice ossimorico di ferite universali, coacervo inestricabile di tensioni-contraddizioni presenti, passate, future, globali e particolari, generiche e unitissime”.

Un grande lavoro a lungo applaudito all’Elicantropo, amplificato dalla sensibilità di Cerciello che, come sempre, aggiunge uno sguardo cinematografico nel taglio di luci e di sequenze, l’espressionismo tedesco nei volti atterriti da fame e paura, ormai maschere deformi, e incredulità degli uomini gettati nell’esistenza.

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