“Conta che passa la pazza” all’Elicantropo

Anita B.Monti

E’ un teatro che definirei poetico. Parla di una donna che cerca una strada possibile per non sentirsi fuori posto”. Così Irma Ciaramella autrice e interprete di Conta che passa la pazza, l’atto unico in scena al Teatro Elicantropo di Napoli, dall’11 al 14 aprile 2024. Regia,allestimento scenico e musica sono di Francesco Maria Cordella.

IL PLOT

Una donna, ingabbiata in una crinolina dal sapore ottocentesco, è in azione in uno spazio, fuori dal Tempo, delimitato da tre punti cardinali, raffigurati da tre oggetti simbolici: una caffettiera, una pentola e un coperchio che parlano, nonostante abbia più volte provato a zittirli.

La donna non ha nome. Non lo ricorda. E’ lì, nel luogo in cui aspetterà, invano, che qualcuno la riporti a casa. Ma ha fatto calcoli sbagliati, ha dimenticato le virgole e, come spesso succede nelle equazioni, una virgola sbagliata conduce al risultato sbagliato.

Conta che passa la pazza (foto Pino LePera)

Cerca una luce che possa illuminare il suo viaggio ma le stelle invocate tradiscono annebbiando lo sguardo. Si è svestita del ‘troppo’ ma non è ancora libera dal rumore assordante dei suoi pensieri inceppati che le richiamano alla mente ricordi a volte dolorosi. E’ una fragile cellula che sa di antico, di poesia.

La “pazza” sta dimenticando e ha paura di dimenticare ancora. Le hanno detto che un giorno non riuscirà a pronunciare parola, che è malata, che non avrà più memoria di sé. Solo nel gioco, nell’approccio ironico e gioioso, riuscirà ad immaginarsi nuova e desiderosa di ricominciare. Uno, due, tre…Stella!

LA REGIA

“Il Mondo occidentale sta vivendo un Tempo in cui lo sguardo verso l’orizzonte mostra un paesaggio desolato, – spiega il regista – dove la linea di confine tra la vita e la morte è sempre più labile. Il Sistema mediatico ha prodotto mezzi che hanno generato spazi e luoghi fasulli in cui è stato modificato il significato dei valori etici, estetici e morali su cui una società evoluta dovrebbe basarsi.

Questo ha prodotto spaesamento e disorientamento. Le persone hanno perso improvvisamente il loro radicamento e di conseguenza la Memoria, patrimonio necessario di una comunità matura.

Ognuno, a suo modo, ha sviluppato una reazione diversa. I più fragili, i più sensibili si ono “rifugiati” in patologie come depressione, demenza, Alzheimer. Nella mia regia ho inteso ricreare una Forma che potesse ricreare uno Spazio in cui, ricordare e rappresentare si fondessero in una visione della realtà non convenzionale, astraendo il concetto di Tempo affinché la condizione patologica di chi si sente diverso, escluso, perduto o abbandonato potesse essere sublimata attraverso l’inclusione in una dimensione poetica che solo l’Arte può offrire”.

 

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