Dell’amore e dei segreti

Maresa Galli

Una scena
Una scena

Al Teatro Elicantropo di Napoli debutta lo spettacolo Dell’Amore e dei Segreti, liberamente ispirato a La scuola dei Buffoni di Michel De Ghelderode. Scritto e diretto da Antonio Iavazzo, con Carmine Losanno, Danilo Del Prete, Giovanni Arciprete, Raffaele Iavazzo, Federica Tornincasa, Marcella Martusciello, è a cura dell’Associazione Colibrì in collaborazione con Itinerarte.

Il lavoro rappresenta il secondo atto di una trilogia ispirata alla poetica del drammaturgo e scrittore belga. Da subito le scene precipitano in un’inquietante visione della vita e della morte, della doppia natura dell’uomo, delle inutili e sterili convenzioni che nascondono istinti brutali mai addomesticati. Buffoni di corte, re, damigelle sono maschere mosse da Eros, Thanatos, Male, Bene. Personaggi grotteschi collocati in una dimensione atemporale sono divorati dalla lotta per il potere o per la mera sopravvivenza.

Una corte di ciarlatani cerca invano di carpire al Maestro “di tutte le bestie pezzenti e coronate”, Folial, il segreto della vita. Per raggiungere il proprio scopo impiegano tutti i mascheramenti possibili cercando infine, impotenti, di ucciderlo. Sono solo storpi, pazzi, disperati, scomunicati, caricati delle piaghe della terra sulle proprie spalle. Incrudeliti, fatti di puri istinti, fanno rivivere a Folial l’omicidio dell’adorata figlia Veneranda che sposò un buffone per ripicca verso Carlo V, figlio di Felipe di Spagna, da lei amato invano. “Squallidi servi dei potenti, non leccate, ma siate laconici”, dirà il maestro che deve farla finita con la follia degli uomini che insegnano ad altri uomini.

Maschere con simboli fallici ostentano la violenza perpetrata di continuo nella sopraffazione dei sentimenti, della bellezza, dell’amore. Per mostrare il giorno non vi è altra via che mostrare la notte. Nulla può essere svelato, dopotutto: un uomo è infinitamente più complesso dei suoi pensieri. Che cosa è autentico, dov’è la verità, dove la vita può fiorire, diventando forte come una rosa?

Un testo non facile, polisemico, crudele, affrontato da un’ottima prova attoriale nella quale i protagonisti si calano con convinzione. Forse troppi i segni per un lavoro complesso, molto curato, dai bei costumi che si avvalgono della consulenza di Maria Pennacchio, dai movimenti coreografici a cura di Francesca Gammella.

Il reale dà solo un tragico grottesco, sbuffato ghigno. Il ghigno della bellezza vive così parallelamente in un presente alternativo, in quella della conoscenza. E se pur qualcosa di bello la si percepisce ancora, si ricordi sempre che è un’illusione, è lo spettacolo, perché per quanto la verità sia bellezza, la bellezza non sempre è verità”.

 

 

 

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