“Carmelo Bene era un artista debordante, che imponeva la sua presenza, il suo io ipertrofico, straordinario, carnale”, racconta Pippo Di Marca. L’attore e regista porta in scena il suo omaggio al grande artista “ESSERE E NON ESSERE – in memoria di Carmelo Bene”, sabato 28 e domenica 29 marzo 2026 al Teatro di Villa Lazzaroni di Roma.
Nato con le avanguardie storiche negli Anni Sessanta, Pippo Di Marca si è formato sulle opere dei Grandi della cultura. Da Duchamp a Joyce, a Cechov, Genet, Beckett e Bolano. Lavorando con il Living Theater, Carmelo Bene e Leo De Berardinis. Insomma, è un testimone nonché esponente di decenni d’impegno creativo e rivoluzionario della scena internazionale.
Di Marca, ci racconti di più di questo mito.
“Carmelo Bene lo conobbi nel ’66, nel camerino del Teatro delle Muse, al termine di un memorabile Il rosa e il nero. Un’amicizia poi cresciuta e alimentata in decenni di frequentazioni e di spettacoli a specchio, in una sorta di cammino parallelo, di empatia, che ha segnato gran parte della mia storia teatrale”.

Che cosa le ha lasciato tutto questo?
“Una predisposizione alla libertà creativa assoluta, ad armeggiare con la furia, l’euforia e la parodia, a coltivare l’arbitrio, a negare, a dire no ad ogni canone, a ogni convenzione acquisita. Un gigante del teatro italiano del Novecento, un Maestro inimitabile e irraggiungibile, un maestro ‘negato’. Poiché il suo ‘magistero’, come quello dei veri grandi, è unico e ‘intrasmissibile’. Un amico con cui e di cui sentiamo il bisogno di continuare a parlare”.
Com’è concepita la sua azione scenica (come lei la definisce) “Essere e non essere”?
“E’ un modo per raccontare Carmelo, farne memoria, presenza viva, scenica della sua poetica e della sua vita. Senza tralasciare la sua ‘umanità’, la sua fiera ‘fragilità’, accentuate nei lunghi ultimi anni di malattie e volontario autoesilio.
Per me è stato, insieme a Leo De Berardinis, come un fratello maggiore. È stato il Gigante del Novecento, in grado di sprigionare una potenza primigenia e coltissima, erudita, un’energia misteriosa, e insieme lucida. Consapevole, articolata su una gamma inesauribile di ‘umori’, di variazioni della crudeltà suonate ad altezze inarrivabili. Sul piano dell’ironia suprema penso che surclassi persino Artaud”.
Lei aveva pensato a un omaggio subito dopo la sua morte, intitolato “Ora che Carmelo è morto”. Ma fu silenzio. Poi ha dato vita a questo spettacolo. Perché?
“Era destino o simpatetico stato di necessità, che quel mancato debutto diventasse un testo che condivido con Giancarlo Dotto. Che ho messo poi in scena ininterrottamente per decenni. A cominciare dal decennale della morte nel 2012. Un’azione sottoline da una parte il suo ipertrofico Io Scenico. Il suo ESSERE e dall’altra parte il suo rovinare, tutto proteso verso il NON ESSERE, il suo radicale senso della vanità del tutto, della sottrazione, della cancellazione. Dell’assoluta tensione tra vitalismo e abbandono al cupio dissolvi. Da genio assoluto, nei mesi del calvario finale, ha scritto e ci ha lasciato come suo impareggiabile, grandioso testamento artistico, il poema capolavoro I mal de’ Fiori”.
Ma oggi, esiste la sperimentazione?
“Sì, certo. I tempi sono cambiati, non è la stessa cosa di allora. Non ci sono tanti luoghi off e piccoli teatri o cantine dove lavorare. Ma da lui in poi, tutti si sono ispirati alla triade Bene-De Berardinis-Vertucci. Penso a Neiwiller, al primo Latella, a Rigoni. Inoltre, Napoli è una fucina ed è stato soprattutto il Sud a esprimersi in tal senso”.
Negli anni ha raccontato gli orrori del mondo. E quelli di oggi come li vede?
“L’umanità sta andando verso il tracollo. Senza etica non c’è civiltà. Viviamo una catastrofe”.





