Dolore di Sicilia

Maresa Galli

Una scena
Una scena

Vincitore del Roma Fringe Festival 2013 (Miglior spettacolo, miglior drammaturgia e miglior attore a Enrico Sortino) ed altri riconoscimenti, arriva al teatro Elicantropo di Napoli Io, mai niente con nessuno avevo fatto, scritto, diretto e interpretato da Joele Anastasi con Federica Carruba Toscano ed Enrico Sciortino. Racconta una storia dura, poetica, dolorosa, nella Sicilia popolare di fine anni ’80, microcosmo brutale, violento, infarcito di orrendi pregiudizi e ipocrisie. Vittime dell’intolleranza e degli stereotipi sui maschi e le brave femmine, Giovanni, “Giovannella” per i paesani, dolce, puro ragazzo ricco di sentimento, dall’animo semplice che ama danzare e trascorrere tempo con l’amica/sorella/cugina/madre accogliente Rosaria, e l’uomo di cui si innamora, Giuseppe, il maestro della scuola di ballo. Giovanni, nonostante il padre del Nord non lo abbia voluto, non nutre rancore perché ha “in testa solo la musica!”. E i due giovani sognano di prendere la nave, di recarsi a Palermo, di cambiare vita. Alla scuola di ballo Giovanni incontra Giuseppe, il maestro, sposato, che va con i maschi “ma è maschio”, infarcito anche lui di pregiudizi, di sensi di colpa, figlio di una prostituta e di un assassino, cresciuto con cugini carnefici. Sapeva solo mungere le capre fino a quando Rosa non gli offrì la possibilità di insegnare nella sua scuola e lui per riconoscenza ne sposò la figlia Maria. Un amore totale sboccia tra i due uomini e Giovanni, al suo primo e unico innamoramento, si concede anima e corpo, fino al dramma della sieropositività che lo farà scacciare dallo stesso Giuseppe. E la violenza dell’universo “virile” si consuma nello stupro di Rosaria, con l’unica reazione forte di Giovanni, umiliato e sottomesso dal branco. Il suo amore assoluto per Giuseppe che lo ha infettato si consuma in una morte ingiusta come tutta l’esistenza dei tre giovani. Uno spaccato di mondo che ha triturato le più intense pagine di letteratura verista, per raccontare l’esistenza delle plebi contadine e artigiane, la loro “secolare solitudine”.

 

 

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