Drammatica attualità di Gor’kij-Brecht

Maresa Galli

Imma Villa in una scena

“Ogni giorno, sul sobborgo operaio, nell’aria grassa e fumosa, fremeva e urlava la sirena della fabbrica; obbedienti alla chiamata, dalle case grigie uscivano frettolosi sulla strada, simili a scarafaggi  spaventati, uomini dall’aspetto cupo che non erano riusciti a riposare con il sonno i loro muscoli. (…) Un’altra giornata era stata inghiottita dalla fabbrica, le cui macchine avevano succhiato dai muscoli degli uomini tutta la forza che era loro necessaria. Un’altra giornata era stata cancellata dalla vita di ognuno senza lasciare tracce”.

E’ l’incipit de La madre di Maksim Gor’kij, esempio di “narrazione sociale rivoluzionaria”, soprattutto esempio di alta letteratura. Bertolt Brecht scrive “La madre” (“Lehrstuck Die Mutter”) dall’opera di Gor’kij, immaginata nella Russia del 1905 e dilatata dallo scrittore e drammaturgo tedesco fino alla rivoluzione d’ottobre. Il testo brechtiano, progetto, adattamento e regia di Carlo Cerciello, inaugura la stagione teatrale 2012/2013 del Teatro Elicantropo di Napoli. Presentato da Laboratorio Teatrale Permanente Teatro Elicantropo in collaborazione con Prospet, lo spettacolo si avvale di un affiatato cast: Antonio Agerola, Cinzia Cordella, Cecilia Lupoli, Giulia Musciacco, Antonio Piccolo, Annalisa Direttore, Valeria Frallicciardi, Marianna Pastore, Marco Di Prima, Michele Iazzetta e Aniello Mallardo. Sulle musiche originali di Hanns Eisler e l’ottima drammaturgia musicale di Paolo Coletta, entra in scena la lotta di classe ai suoi albori, la disperazione della poverissima Russia zarista, di operai sfruttati e affamati giorno dopo giorno dopo giorno. Pelagia Vlassova, perfetta Imma Villa, madre dell’operaio Pavel, giovane rivoluzionario, è la protagonista attorno alla quale ruotano i personaggi della storia. Pian piano l’anziana donna, preoccupata per la salute e il futuro del figlio, prenderà coscienza dello sfruttamento dei lavoratori, operai, contadini, sottomessi dall’ignoranza ad un potere dispotico che ne annienta la ribellione. Pavel porta in casa opuscoli, libelli politici, amici per condividere la rabbia per le ingiustizie sociali, per la miseria, la graduale presa di coscienza, la necessità di insorgere per capovolgere le ingiustizie. Pian piano Pelagia, povera e umile donna, comprende il senso di discorsi sulla proprietà dei mezzi di produzione, sullo sfruttamento in fabbrica, sulla necessità di scioperare. Rivoluzionaria per amore del figlio, diviene lei stessa eroina della rivolta del 1° maggio, grande e pacifico sciopero sfociato nella carneficina dei lavoratori scesi in piazza. E qui un momento di libertà del regista che ritaglia una parentesi di attualità inserendo la figura dell’operaio/cantautore che si racconta sulle note della gucciniana “Avvelenata”. Il 1° maggio 1905 Pavel viene ucciso. Pelagia comprende l’importanza dell’arma delle cultura e impara a leggere e scrivere dal maestro Nicolaj che presto staccherà dalla parete di casa la foto dello zar. Straordinaria la figura della madre brechtiana che ha in sé l’essenza e il carisma sociale di altre figure femminili (Madre Coraggio, Shen Te, la serva Grusa), raccontata in tutte le sfumature da Cerciello e da un’intensa Villa, a proprio agio nei ruoli più duri e sfaccettati. I volti bianchi, scavati, quasi surreali degli attori immaginati da Cerciello, le luci e le scene di Roberto Crea sono evidente richiamo al cinema espressionista tedesco, alla pellicola russa del ’26, “La madre”, di Pudovkin. Lo stesso Gor’kij ne approvò la versione cinematografica sceneggiata da Natan Zarhi, esempio di cinema epico-lirico, con uno straordinario montaggio a scatti e le immagini trasformate in pura tensione visiva, surreale.

Chiude l’intenso, emozionante lavoro di Cerciello “La classe operaia va in Paradiso” di Ennio Morricone, un incrocio di bandiere rosse che inducono a tifare per tutti gli oppressi che si ribellano, perché “il destino dell’uomo è l’uomo”. “Non temete la morte – esorta Pelagia, ma lo squallore della vita”. Nelle scene cinematografiche e pittoriche della pièce appaiono ritratti simbolici e spettrali di Edvard Munch, Ernst Ludwig Kirchner e dei pittori della Brucke, di Oskar Kokoschka, Alfred Kubin, Egon Schiele.

Attualità della grande letteratura che racconta il dramma dell’uomo nei periodi più miseri e ingiusti della storia, destinati a ripetersi all’infinito per la prepotenza, l’affarismo criminale del capitalismo onnivoro che produce sempre nuove, intollerabili povertà.

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