Emblematiche figure femminili

Maresa Galli

Una scena
Una scena

Un’intensa Tina Femiano, accompagnata sul palco da Francesca Fedeli, mette in scena le Anime dannate di Riccardo De Luca che firma la drammaturgia e la regia dello spettacolo che ha debuttato al Teatro Sanità di Napoli. Due le figure emblematiche, iconiche nate dalla penna di Luigi Pirandello e di Eduardo De Filippo, due autori che hanno scandagliato come pochi l’universo femminile, la sua problematicità, i sentimenti più veri.

Pirandello, nella commedia “L’altro figlio”, tratta dalla omonima novella del 1902, affronta il tema della maternità nel momento storico della grande emigrazione meridionale e siciliana. La protagonista è Maragrazia, popolana vedova e mendica, addolorata dal silenzio assordante dei due figli emigrati che hanno fatto fortuna in America. La donna, una madre consumata dal dolore, incurvata, imbruttita, trasfigurata dallo strazio, non fa che scrivere loro lettere promettendo in dono il suo misero casale. Alla fine anche Ninfarosa, l’amica che scrive per lei, l’abbandonerà alla sua tormentata esistenza, stanca di tanta ostinata cecità. Con Maragrazia però vive un altro figlio, bravo e affezionato, con una bella famiglia e una bella casa che cerca di prendersi cura della madre che non lo considera veramente suo. Il giovane Rocco Trupia è nato da uno stupro che la donna subì da parte di un brigante che aveva già assassinato suo marito. In cuor suo Maragrazia sa di sbagliare nel rifiuto dell’unico figlio che ha vicino ma non può farci nulla perché “è il sangue che si ribella” e quello stupro, quel disgusto, sono ormai parte di sé e Rocco, pur innocente, ben interpretato dalla Fedeli, glielo ricorda sempre. Gli altri due sono ingrati, senza cuore ma una madre non si arrende, dovesse consumarsi e tormentarsi e sperare fino all’ultimo respiro. Il racconto è sottolineato dai canti di Sergio Bruni che legano le storie delle due protagoniste, controcanto poetico di personaggi reali e immaginari, specchio di memorie dolenti e di sogni infranti. Ninfarosa diviene alter-ego di Maragrazia, che appartiene ai vinti, alle incolpevoli creature schiacciate dalla brutalità del destino. La scenografia, minimalista, ruota attorno ad una gradinata di legno e ad una sedia, per raccontare presenze/assenze, vita lacera scarnificata e ridotta all’osso – da mangiare solo tozzi di pane per seguire un unico scopo suicida, insieme unico filo di speranza che aggrappa a quel che resta di un’esistenza fatta a brandelli, come i cenci che Maragrazia indossa, una mimetica di piaghe dell’anima. Diversa è l’altra madre, Filumena Marturano, scolpita nell’immaginario collettivo grazie anche al cinema. Calcolatrice priva di scrupoli, forte, coraggiosa, Filumena inganna Domenico Soriano pur di proteggere i suoi tre figli e garantire loro un futuro sereno, quello che lei non ha potuto avere. Filumena è una donna vera che conosce il sacrificio, il dolore, la sopportazione, il cinismo e cercherà con l’inganno di avere ciò che le spetta o meglio, ciò che spetta ai propri figli. E finalmente, dopo aver tanto patito in silenzio, potrà sciogliersi in un pianto liberatorio, anche lei incolpevole creatura di un mondo avido che fagocita.

Riccardo De Luca spiega che “la povertà delle due donne, unita alla povertà dell’ambiente e degli uomini che le circondano è forza devastante e condizionante al massimo per le due esistenze. Nessuna delle due sarebbe stata quello che poi sarà, se non perché costrette da altrui volontà anch’esse dipendenti da altre costrizioni. L’inferno, dunque, sono gli altri”.

Il regista ben immagina dialoghi con altri personaggi che non si vedono (il dottore, i figli, Dummì) e offrendo ancora una lettura delle due donne, mirabilmente interpretate da Tina Femiano che commuove e intenerisce accompagnando per mano negli abissi umani e nella poesia racchiusa nel cuore di ogni donna.

 

 

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